Premessa a ‘Archittture indisciplinate’

Adriano Paolella

2024-05-23

INDICE DEL LIBRO:

Premessa // CAPITOLO PRIMO L’abitare autogestito // CAPITOLO SECONDO L’autocostruzione progettata // CAPITOLO TERZO L’innovazione della tradizione // CAPITOLO QUARTO La co-progettazione // Conclusioni // Bibliografia

L’architettura che prescinde dalla società

Le esigenze degli abitanti sono ben chiare: la riduzione degli inquinamenti (rumore, aria, acqua, suoli, materiali da costruzione), la cura dello spazio esterno (verde, paesaggio), una serena accessibilità (distanze, riduzione del traffico, servizi), la possibilità di svolgere attività in prossimità delle abitazioni (laboratori, orti), la possibilità di stare con gli altri mantenendo al contempo garanzie di riservatezza.

La quasi totalità delle abitazioni e degli insediamenti non affrontano questi temi; si interessano di quantità, di distribuzione e funzionamento delle unità abitative, di metri quadrati, di riduzione di costi, di semplificazione dei processi costruttivi, a tratti di efficienza energetica e, solo se economicamente conveniente, delle forme del costruito.

I singoli edifici sono prodotti uniformati e industriali chiusi nei lotti di loro competenza, lontani dalla considerazione dei luoghi e degli abitanti.

Si è così in presenza di un vero e proprio paradosso nel quale una delle attività maggiormente capace di produrre benessere è disinteressata a tale obiettivo. Profitto, ideologia, manie di grandezza, egocentrismo dei progettisti hanno configurato gli insediamenti dell’uomo contro l’uomo.

Le città e le abitazioni sono manifesti della speculazione e in alcuni casi dell’astrazione ideologica e formale; nel progetto gli abitanti non sono considerati o i loro caratteri sono ridefiniti sulla base di standard, ideologie, mode.

Le scelte progettuali sono delineate dall’interesse economico e dalla demagogia e tradotte dai linguaggi disciplinari con forme diverse che utilizzano però sempre le medesime organizzazioni produttive e i medesimi metodi.

Quando i più attenti tentano di mitigare la distanza tra progetto e abitanti troppo spesso le loro buone intenzioni si incagliano in procedure formali, irrigidenti, escludenti, impantanandosi in una cultura fatta di pregiudizi, ad esempio che l’interesse pubblico debba annullare quello individuale, che l’investitore favorisca la comunità, che le richieste dei cittadini siano di cattivo gusto e impraticabili, che esista e debba essere gestita la sindrome NIMBY (Not in My Back Yard, non nel mio cortile), che la partecipazione sia solo creazione di consenso.

In questa maniera si sono esclusi dalle scelte gli attori principali della vita negli insediamenti: è come se si volesse scrivere Romeo e Giulietta senza né Giulietta né Romeo.

Il giudizio dell’architettura

Può un’architettura essere giudicata senza considerare i caratteri della committenza, i comportamenti, gli obiettivi perseguiti e le posizioni sociali e ambientali assunte dal progettista? Può essere una buona architettura quella che rappresenta soggetti che operano solo per il proprio interesse, per mostrare il proprio potere, per aumentare il proprio lucro?

Applicando criteri di eticità nell’espressione del giudizio sulle architetture ci si troverebbe in una situazione imbarazzante, perché nella storia del mondo occidentale gran parte dell’architettura è collegata alla rappresentazione del potere civile, individuale, religioso, e alla disponibilità economica di minoranze che non di rado sfruttavano e vessavano la maggioranza della popolazione.

A giudicare eticamente le ville rinascimentali, le chiese barocche, i palazzi reali non si può non considerare come la ricchezza di questi edifici fosse generata dall’impoverimento di ampie fasce di popolazione che permetteva il lusso e lo spreco per pochi, così come a guardare i quartieri popolari «progettati» non può non emergere un disegno uniformante e autoritario.

A giudicare eticamente l’Altare della Patria a Roma – progettato come cenotafio di un re, primo d’Italia, che per fare bene intendere chi avesse vinto mantenne il numero progressivo dei Savoia, Vittorio Emanuele ii, distruggendo nella sua megalomania una parte del centro storico abitato e modificando i profili e gli spazi della città – non ci soffermeremmo sulla sua forma, bruttina, ma sui contenuti significanti, decisamente brutti. Ma il passare del tempo aiuta a fare perdere il senso dell’offesa che alcune costruzioni hanno inflitto al paesaggio, all’ambiente, alla società.

Così, quando si passa per il Foro Italico a Roma (con la scritta «Mussolini Dux» apposta sull’obelisco), non sempre si pensa al dolore che l’intero paese ha dovuto sopportare in ragione delle scellerate scelte del ventennio, né ci si sente offesi da quella presenza riferibile a un governo che ha perseguitato con violenza e ferocia una piccola parte della popolazione. Ormai lo si guarda come un reperto storico, una memoria; rimane la forma, come se tutto quanto connesso alla genesi dell’intervento non contasse, potesse essere dimenticato, fosse un merely depoliticized aesthetic objects (oggetto di valore estetico privo di valenza politica) [si veda ad esempio Faro Venezia, 2024].

È questo il giudizio usuale dell’architettura: astratto dalle condizioni generanti, interessato alle forme e arricchito dal trascorrere degli anni. Un modo di giudicare che penalizza le architetture meno propense a distinguersi come «monumento», meno modaiole e accattivanti, maggiormente volte al benessere delle persone.

Così facendo si determina un giudizio parziale perché l’architettura non è solo forma (in quanto non è solo arte) ma è l’esito della considerazione di fattori sociali e tecnici che la creatività dei progettisti conforma (in quanto è creatività applicata).

L’Unità di abitazione di Adalberto Libera al Tuscolano è una testimonianza di un periodo e di una riflessione. Un monumento sicuramente interessante che può anche piacere, ma è al contempo un’architettura aberrante, che impone agli abitanti modalità di vita non condivise e scaturite dalle autonome e autoreferenziali elaborazioni di un architetto che tra l’altro con la sua opera, prima di sperimentare soluzioni di socialismo reale, aveva sostenuto il regime fascista, se non altro con l’allestimento della osannata Sala u. Sacrario dei Martiri alla Mostra della Rivoluzione Fascista del 1932 a Roma.

L’Unità di Libera non deve essere abbattuta, ma è opportuno rammentare che oltre alla forma e al linguaggio disciplinare bisognerebbe aggiungere altri elementi a completarne il giudizio.

L’altra architettura

Se non vi fosse altro modo di praticarla, l’architettura potrebbe essere considerata l’arte della celebrazione dei potenti. Ma vi è un’altra architettura che pone maggiore attenzione alle risorse locali, all’ambiente, ai linguaggi, agli interessi comuni, dove l’abitare è l’esito di un’azione individuale e collettiva volta al benessere degli abitanti. Modalità più attente ai temi ambientali e sociali, più prossime alle comunità, meno eclatanti e autoreferenziali, meno succube delle forme, meno propense a ubbidire alle richieste della committenza quando ingiuste e immotivate.

Un’architettura volta a migliorare le condizioni di vita dell’umanità senza imporre modelli precostituiti, a ridurre gli effetti negativi delle costruzioni nell’ambiente, a rispondere alle esigenze degli abitanti.

Un’architettura che ascolta le richieste delle persone, che include nel progetto gli abitanti, che non si definisce nel chiuso di uno studio e nell’ispirazione demiurgica del progettista ma nell’interazione con i luoghi e le comunità.

Un’architettura che educa a modelli sociali partecipati ed equi, al rispetto della natura, all’alleggerimento del «peso» della specie sugli ecosistemi planetari, che possiede una forza vivificatrice molto superiore a quella ufficiale. Essa non è un’innovazione contemporanea ma trova origine nell’autocostruzione del riparo propria della nostra specie, in quelle costruzioni vernacolari che hanno caratterizzato gli insediamenti umani per millenni, la cui cultura è stata rimossa e sostituita dall’uniformazione di linguaggi, tecniche, metodi, materiali.

Attribuendo la cultura e l’attività del costruire esclusivamente agli operatori qualificati si è creato un abisso di ignoranza tecnica e di gusto; si sono sganciati gli esperti dalle comunità, interrompendo quel flusso di reciproca consapevolezza che era alla base del costruire. Gli esperti assumono un ruolo sovraordinato rispetto agli abitanti e ignorano le culture della comunità, i luoghi, le disponibilità di risorse locali, l’economia energetica del costruire e dell’abitare, includendo in questo anche il misurato dimensionamento del manufatto.

Mentre si consolidava questo atteggiamento, dalla seconda metà dell’Ottocento molti progettisti si sono comportati evidenziando la contrapposizione tra un’architettura statica, quella degli edifici scaturiti dalla disciplina, dalla speculazione, dalla demagogia, e un’architettura dinamica non autoritaria, attenta alle persone e all’ambiente, connessa alla società; quasi due discipline diverse, molto diverse, nei modi e negli obiettivi.

La loro creatività non si esplica nell’esercizio di un ruolo ordinativo ma nella considerazione del flusso delle richieste e dei desideri degli abitanti in un percorso di interazione paritetica. Un’impostazione libertaria che affronta il problema del metodo e non solo quello della forma, ricercando quella coerenza con il fine atta a raggiungere sostenibilità ambientale e qualità sociale.

Sono scelte individuali, indipendenti dall’applicazione pedissequa delle norme e dalle consuetudini e spesso in aperto contrasto con esse; scelte che esigono un impegno superiore a quello richiesto dal progetto canonico e che generano un riconoscimento più umano che economico e mediatico. Soluzioni meno conformiste che concretizzano una professione capace di affrontare e risolvere i problemi contemporanei, e per le quali si può esprimere un giudizio positivo sociale, ambientale e formale.

Un percorso parallelo

Quando, nei primi anni del secolo scorso, gli architetti del Movimento moderno espressero una sostanziale critica all’architettura ornata e dimensionata sul gusto e sulle esigenze di rappresentazione della borghesia, a essa contrapposero un nuovo costruire coerente con il profilo di un uomo attivo, libero da formalismi (architettonici e sociali), urbanizzato, di grande mobilità, interessato al suo presente, disinteressato ai luoghi e alle culture locali, con esigenze uniformate. Industria e Movimento moderno parlavano lo stesso linguaggio.

Così Le Corbusier dal 1925 girava il mondo con il suo Plan Voisin proponendo medesime soluzioni abitative indipendentemente dai caratteri sociali, ambientali, storici e culturali delle città proprio perché ne faceva tabula rasa.

Le soluzioni prospettate rappresentavano un progetto sociale ma non necessariamente si interessavano della società: erano difatti generate da idee e aspirazioni individuali, da ideologie e modelli teorici frequentemente autoritari, distanti dalla vita degli abitanti.

Il superamento di questa condizione è avvenuta con il postmoderno, che ha concentrato ulteriormente l’interesse sulle forme, sdoganando configurazioni precedentemente aborrite e riconoscendo valore, ad esempio, anche a soluzioni prodotte dalla casualità del commercio. Così facendo ha svincolato l’architettura da ogni onere sociale.

L’evoluzione di questa traccia ha permesso a ciascun progettista di scatenare la propria fantasia al di là delle scuole e degli stili, libero di seguire le mode. In linea con il mercato globale, si è concretizzata la possibilità della compresenza di infinite soluzioni formali, come infinite sono le variazioni delle merci all’interno dei medesimi criteri e metodi progettuali.

Abitanti e società sono divenuti ancora più marginali nell’elaborazione dei progetti e la considerazione dei problemi ambientali, quando affrontati, si è risolta nell’applicazione di materiali e componenti di maggiore efficacia energetica, piuttosto che nella riconsiderazione del «peso» del settore edile e quindi nella sua riconfigurazione.

L’allontanamento da una critica sociale e politica ha reso gli architetti ancor più evanescenti; monadi isolate a disposizione delle committenze indipendentemente dall’operato e dalle responsabilità delle stesse. E in questo attuare acriticamente ciò che viene richiesto, molti architetti hanno ripreso a concretizzare i desideri dei potenti asservendosi senza incertezze ai grandi gruppi economici e alle grandi speculazioni edilizie che praticano forme di iniquità istituzionalizzate e contribuiscono al carico di sofferenza della popolazione mondiale e al degrado ambientale del pianeta.

Queste condizioni vengono troppo spesso date per scontate e immodificabili.

Nonostante le necessità insoddisfatte, la sofferenza indotta da soluzioni insediative inabitabili e insostenibili, non si è cercato di superare quelle regole del mercato e della speculazione che le generano, non si sono ricercate soluzioni diverse, tralasciando la riflessione sull’opportunità di una profonda trasformazione dei meccanismi generativi degli insediamenti, del ruolo del progettista, dei rapporti con le comunità, delle modalità di progettazione comune.

Se per gli organismi nazionali e internazionali, le amministrazioni e le università tali oggetti di riflessione sono del tutto marginali e si continua a praticare e insegnare una professione demiurgica, tecnologica e asservita alla domanda (che nel libero mercato non può che essere composta da ricchi, potenti e governi), molti architetti hanno percorso cammini diversi affrontando i problemi, mettendosi a disposizione delle comunità anche quando questo comportava un travalicamento delle regole codificate.

Di fatto si è costituito un percorso parallelo fatto di scelte individuali. E non è una storia recente.

William Morris (1834-1896), nel dibattito che interessò le arti e l’architettura nella seconda metà dell’Ottocento, sostenne la cultura artigianale e fu considerato dai più un neoromantico abbastanza nostalgico piuttosto che il promotore di un pensiero moderno: «E lì si erge la casetta che, una volta, era nuova: il cottage di un operaio, costruito con il calcare della zona e diventato ora, pareti e tetto, di un gradevole grigio caldo, anche se un tempo era bianco crema; nulla che disturbi la bellezza della regione del Cotswold, tutto e solido e ben fatto; è stato sapientemente pianificato e ben proporzionato. C’è un delicato intaglio sull’arcata dell’ingresso, e ogni parte è ben curata: è graziosa, un’opera d’arte e un pezzo di natura. Niente meno di questo: nessun altro uomo avrebbe potuto fare di meglio considerando il suo uso e la sua posizione. Chi l’ha costruita, allora? Non una strana razza di uomini, ma solo il muratore del villaggio […]. Né quest’uomo si è servito di un architetto venuto da Londra, o anche da Worcester, per progettare la sua casa […]. No, quando fu costruita non costò una particolare fatica né suscitò alcuna meraviglia […]. Sareste contenti se dovessimo perdere questa semplice, innocua bellezza che non rappresentò mai un ostacolo per alcun uomo, e che anzi arricchì con la sua presenza le bellezze naturali della terra, invece di rovinarle? […] Una simile perdita è indubbiamente un male […] e noi, se siamo uomini e non macchine, dobbiamo cercare di porvi rimedio» [Morris, 2012].

La proposta di Morris delinea un’organizzazione del lavoro, una comunanza di cultura, un benessere ottenuto con l’attività consapevole della comunità e un’architettura prodotto della cultura collettiva. Nel suo pensiero e nella sua pratica, la creatività e la tecnica individuali hanno un ruolo fondamentale; l’architetto opera all’interno di una comunità consapevole delle scelte e capace di produrre manufatti, conservare il paesaggio, comporre i propri spazi abitativi. Criticando l’uniformazione dell’industria, Morris promuove al contempo una critica sociale profonda, meno elitaria di quanto l’interpretazione più diffusa abbia inteso.

Il suo pensiero è chiaro e ancora oggi le sue considerazioni sono riferimento per molti. Non «possiamo affidare i nostri interessi a un’élite di uomini preparati chiedendo loro di sondare, scoprire e creare l’ambiente destinato a ospitarci, meravigliandoci poi dinnanzi all’opera compiuta, assumendola come una cosa bella e fatta; questo spetta a noi stessi: ognuno di noi è impegnato a sorvegliare e custodire il giusto ordinamento del paesaggio terrestre, ciascuno con il suo spirito e le sue mani, nella porzione che gli spetta, per evitare di tramandare ai nostri figli un tesoro minore di quello lasciatoci dai nostri padri» [Morris, 2006].

Il lavoro manuale, l’attività svolta direttamente dagli abitanti, sono per lui una garanzia di conservazione delle risorse, e così l’abitare si sviluppa all’interno di un modello sociale, opposto a quello commerciale, in cui prevale la fratellanza e in cui l’autorità e le decisioni dall’alto sono marginalizzate.

L’uso dei macchinari è accettato quando riduce la fatica dell’uomo, ma non quando sostituisce l’azione creativa dell’artigiano, che «nel fabbricare l’oggetto che aveva tra le mani, lo decorava in modo naturale e completo, senza uno sforzo consapevole, tanto che spesso è difficile distinguere dove finisce la parte meramente utilitaristica del suo lavoro e dove comincia quella ornamentale» [Morris, 2009].

L’artigianato, il lavoro manuale, la cultura edilizia diffusa sono i punti fondamentali per costruire abitazioni di qualità in una società equa.

Patrick Geddes (1854-1932), biologo nato in Scozia, già dalla fine degli anni Settanta dell’Ottocento «inizia a interessarsi alla filosofia e alle scienze sociali […] rifiutando le regole della specializzazione […]. Nel 1885 fonda un’associazione per promuovere il miglioramento dei quartieri miserabili della città (Edimburgo). Appena sposato, va ad abitare con la famiglia in un tugurio sia per intraprenderne il risanamento, sia per dimostrare l’efficacia dei principi della collaborazione e del mutuo appoggio […]. Contemporaneamente promuove il recupero di un vecchio palazzo per creare un pensionato per studenti autogestito» [Macdonald, 1994]. In quella sede organizza incontri sulle questioni insediative e promuove un’azione diretta delle popolazioni per il miglioramento delle condizioni abitative. A questi incontri partecipa, tra gli altri, Pëtr Kropotkin (1842-1921), scienziato anarchico russo, altro profondo pensatore su insediamenti e comunità [si veda Kropotkin, 1974; Kropotkin, 2020].

Geddes continua le sue attività in Gran Bretagna, Stati Uniti, India con le stesse modalità e in coerenza con un’impostazione anarchica della vita e del pensiero; persegue «il buon luogo del futuro, ‘l’entropia’», dove si realizza il «passaggio da una crudele società capitalistica meccanizzata, fondata sulla sfrenata competizione, al sogno di una nuova società fornita di tecnologie sofisticate, compatibile con l’ambiente, basata sulla cooperazione locale» [Macdonald, 1994].

Nella sua attività di pianificazione, «rinunciando alla semplice applicazione dell’autorità, i piani geddesiani affidano la loro efficacia alla persuasione e all’educazione». Ad esempio nel recupero della Old Town di Edimburgo, dove una trasformazione «più delicata e più graduale […] sta dando, posso sostenere, risultati molto migliori […] di quanto non darebbero i grandi progetti di demolizione e allargamento di strade che sono stati di tanto in tanto proposti». Una «prudenza» nell’intervento che «vuol dire tatto sociale e psicologico nel dialogo con la popolazione» [Ferraro, 1998].

Geddes nelle sue attività segnalava la necessità di contattare gli abitanti prima della definizione dei progetti così da censire i problemi e capire le modalità con cui si articolano, gli effetti che comportano e i modi con cui superarli. Attenzione ai luoghi e alla comunità: la centralità degli abitanti nel conoscere e monitorare quanto avviene nelle proprie città, il valore dell’azione diretta, la riduzione dei poteri centrali e la condivisione divengono parte del progetto di Geddes, un grande sperimentatore sociale che è stato riferimento per molti progettisti.

John Francis Charlewood Turner (1927-2023) individua chiaramente quale sia il contributo degli abitanti: «Le risorse personali e locali sono l’immaginazione, l’iniziativa, l’impegno, la responsabilità, l’abilità e la forza muscolare; la capacità di utilizzare lotti di terreno atipici e spesso irregolari o materiali e strumenti disponibili in loco; l’abilità di organizzare imprese e istituzioni locali; le competenze costruttive e la capacità di cooperare. Nessuna di queste risorse può essere usata da poteri esogeni o sovralocali contro la volontà della gente» [Turner, 1978]. Infatti, «gli autentici valori dell’abitare risiedono nella capacità di creare e mantenere ambienti capaci di soddisfare le proprie esigenze materiali e psichiche, non nella costruzione in quanto tale» [Fichter, Turner, Grenell 1979].

Nel libro si presentano riflessioni ed esperienze nella ricerca di soluzioni all’abitare diverse da quelle troppo spesso governate dalle tendenze «verso l’eccessiva libertà dei pochi e le limitazioni alle libertà dei molti», soluzioni in cui «nessuno degli autori concepisce l’abitare come separato dalle altre attività fondamentali dell’esistenza» [ibid.].

Se l’autocostruzione favorisce la risoluzione di molti dei problemi abitativi, Turner ipotizza che essa debba essere integrata da un’azione di progetto e promozione di tutti gli aspetti dell’abitare comunitario, in un’accezione ampia che duri nel tempo ma che nel tempo si adatti al variare delle necessità senza mai completarsi. Attenta ai luoghi, essa consolida le relazioni e punta a un benessere equo e diffuso degli insediati.

Un’impostazione che ha trovato elementi di riflessione ed elaborazione nelle esperienze da lui svolte negli insediamenti informali dell’America Latina negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento e che trova il suo punto fondante nella pariteticità dei rapporti che strutturava con gli abitanti, in uno scambio di esperienze e di soluzioni in cui il suo ruolo era appunto di sostegno a un processo il cui attore principale era la comunità [Turner, 2018]. In questo, riprendendo Illich, «Turner afferma di essere stato ‘descolarizzato’ come architetto» [Golga-Pogratz, 2021].

La sua autocostruzione, generata da esperienze sviluppate anche all’interno di progetti pubblici, ipotizza «il controllo diretto delle abitazioni da parte dell’utente, senza alcuna direzione da parte degli enti pubblici», valorizza «le attività che le persone svolgono con le proprie mani», opera in un «approccio biologico», recuperando in questi aspetti le idee di William Morris e di Patrick Geddes. Da tale impostazione «Turner stabilisce una serie di principi: né lo Stato né il settore capitalista-commerciale dovrebbero essere i protagonisti, mentre gli attori principali dovrebbero essere gli abitanti; l’architetto deve ‘incanalare’ le risorse e ‘accompagnare’ le capacità locali e non deve ‘orientarle’, non deve lavorare ‘per’ gli abitanti ma ‘con’ gli abitanti» [Ovon, Serra-Permanyer, 2016]. E aggiunge: «Si dice che le risorse del ‘popolo’ o delle ‘masse’ sono nelle loro mani e nella loro capacità di lavoro fisico. La loro intelligenza, di conseguenza, è forse scarsa. L’intelligenza, si pensa di solito, è in funzione dell’istruzione e questa è un prodotto controllato da un’élite composta da chi ha accesso ‘all’istruzione superiore’ […]. L’immagine che scaturisce da questo modo di pensare potrebbe essere quella di una piccola minoranza di funzionari presuntuosi e incompetenti che danno ordini a un esercito di masse piene di forza ma con la testa a spillo. Per prima cosa ho imparato dal progetto self-help che niente potrebbe essere più falso […]. La lezione che queste immense città autocostruite [siamo alla fine degli anni Cinquanta in Perù] ci hanno insegnato potrebbe essere riassunta in questo modo: ‘nessuno mai fece così tanto con così poco’» [Turner, 1982].

Morris, Geddes, Turner hanno teorizzato e praticato una diversa modalità di progettare, critica nei confronti delle condizioni abitative e dei responsabili di tali situazioni, e tesa a rendere l’azione degli architetti coesa con le comunità.

Colin Ward (1924-2010), architetto britannico, si è a sua volta interessato ai temi dell’abitare, oltre a organizzare e praticare forme di auto-organizzazione sociale informali e non gerarchiche. Redattore del giornale «Freedom» dal 1947 al 1960 e poi direttore della rivista «Anarchy» dal 1961 al 1970, ha promosso iniziative di attivazione dei cittadini nelle occupazioni postbelliche inglesi, ha scritto saggi, libri, studi, sugli aspetti sociali degli insediamenti, ed è stato un instancabile divulgatore e conferenziere (alcune delle sue conferenze, di grande interesse, sono state raccolte da Giacomo Borella in Ward, 2016). Il suo obiettivo era una «società più libera» piuttosto che una «società libera», e con questa impostazione ha mostrato l’applicabilità dell’approccio anarchico a molti temi afferenti l’abitare. «Ward, come quasi tutti gli architetti anarchici, è profondamente kropotkiniano, non ha voglia di aspettare la rivoluzione, deve agire nel presente, con il materiale che c’è, per creare spazi di libertà che prefigurino la società futura», e lo fa a partire «da ciò che chiama ‘settlement’, la scelta di una comunità di insediarsi in un dato territorio» [Bunčuga, 2020].

Ward opera per costituire nuovi insediamenti autonomi (e per «nuovo» non si riferisce a nuove costruzioni ma anche a forme di riconfigurazione dell’esistente): per lui l’abitare è un sistema complesso in cui l’abitazione è collegata agli stili di vita, all’occupazione, all’ambiente, e quindi il progetto non può essere alieno dal considerare questi fattori. Inoltre, se si vuole far partecipare pariteticamente alla costruzione del proprio futuro gli abitanti, è necessario che essi abbiano tempo e modo di conoscersi, di parlare, di operare insieme, e quindi di avere una dimensione sociale che non può essere globale (la dimensione dei grandi numeri e dei grandi profitti) bensì di prossimità, in cui si evidenzino i diversi bisogni e desideri e si aderisca volontariamente a un progetto abitativo.

In questo il ruolo degli architetti si delinea chiaramente: «Se gli architetti hanno un futuro professionale, è – come dice Geoffrey Vickers – in quanto ‘interpreti esperti nella comprensione in grado di aiutare le persone a risolvere i propri problemi’. E non c’è nulla da rimpiangere. Conosco molte persone contente e realizzate che lavorano esattamente in questo modo, al servizio di gruppi attivi nelle comunità locali. La loro ricompensa è l’amicizia di tutti nella zona […]. E se glielo chiedete, vi diranno che quella esperienza ha cambiato la loro vita. Questo è qualcosa a cui difficilmente può aspirare chi si guadagna da vivere progettando un casermone speculativo per uffici dopo l’altro» [Ward, 1976].

Le riflessioni citate delineano un ambito operativo non formalizzato in cui l’architetto è più attento agli abitanti, meno volto all’imposizione ordinatrice, più capace di interpretare quel disordine (o quell’ordine di livello più complesso) tipico della nostra specie e del suo relazionarsi con l’ambiente.

Ivan Illich (1926-2002) definiva quest’ambito quello dove si perora un’architettura «conviviale» che offre a ognuno «la più ampia opportunità di arricchire l’ambiente con i frutti delle proprie scelte», al contrario di quelle pratiche in cui «sono i progettisti a determinare i significati e le aspettative altrui» [Illich, 1992]. A suo avviso, «abitare è un’attività che trascende il campo di azione dell’architetto, non solo perché è un’arte popolare; non solo perché si protrae nel tempo, con ritmi che sfuggono al suo controllo; non solo perché è di una delicata complessità che sfugge all’analisi del pensiero biologico o sistemico; ma soprattutto perché non esistono due comunità che abitino nello stesso modo […]. Ciascuna architettura vernacolare (per usare il termine antropologico) è tanto unica quanto un linguaggio vernacolare. L’arte di vivere nella sua interezza (vale a dire l’arte di amare e di sognare, di soffrire e di morire) rende ogni stile di vita unico. E perciò quest’arte è di gran lunga troppo complessa per essere insegnata […] da un maestro di scuola o dalla televisione. È un’arte che si acquisisce solo per via esperienziale. Ciascuno diventa un costruttore vernacolare e un parlante vernacolare crescendo, passando da un’iniziazione all’altra diventando un abitante uomo o donna. Perciò lo spazio cartesiano tridimensionale omogeneo in cui l’architetto costruisce e lo spazio vernacolare che l’abitare crea appartengono a classi spaziali differenti. Gli architetti possono solo occuparsi di costruzione. Gli abitanti vernacolari generano gli assiomi degli spazi che abitano» [Illich, 1992].

Morris, Geddes, Turner, Ward, Illich hanno ragionato sul rapporto tra abitanti e insediamenti, sulle modalità di costruire, hanno teorizzato e praticato un’architettura caratterizzata dal superamento delle norme quando queste non garantiscano la qualità della vita e hanno individuato i limiti degli architetti troppo spesso incagliati in un’interpretazione della loro professione «codina» e inetta.

La partecipazione attiva e creativa degli abitanti è feconda e molti architetti – non rinunciando alle conoscenze del proprio mestiere – definiscono e attuano il progetto con la partecipazione degli abitanti. Non tutti con medesimi obiettivi, metodi, intensità, ma il solo ritenere che si possano prendere in considerazione le proposte degli abitanti costituisce un elemento di diversità, la dichiarazione di un’attenzione sociale di indubbio interesse.

I diversi approcci sono stati aggregati in quattro capitoli: l’abitare autogestito (le costruzioni direttamente realizzate dagli abitanti); l’autocostruzione progettata (le soluzioni predisposte da progettisti per facilitare l’azione costruttiva degli abitanti); l’innovazione della tradizione (la scelta di usare linguaggi e tecniche prossime alla cultura degli abitanti per favorirne la partecipazione); la co-progettazione (il variegato panorama dei metodi che rendono possibile la partecipazione degli abitanti alla definizione delle soluzioni funzionali e formali delle costruzioni).

Gli esempi citati non costituiscono una trattazione esaustiva, perché moltissimi sono coloro che hanno progettato con le comunità. Spiace per questo limite e ci si scusa con coloro che non sono nominati, ma non è stato nelle capacità dello scrivente operare in altra maniera.