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Tessitori di rivolte indice e prefazione

Tessitori di rivolte

Pedrazzini

PROSSIMA USCITA
gio 05 feb 2026




di Marco Aime

Nel leggere le pagine di questo libro, i pensieri si intrecciano, creando una sorta di corto circuito della storia. La parola «luddismo» rimanda a tempi passati, agli albori della rivoluzione industriale, a un mondo in cui la campagna contadina e la fabbrica urbana confinano ancora l’una con l’altra e non solo in senso metaforico. Balzano alla mente i volti duri e arrabbiati, visti in molti film, di donne e uomini che lottano contro un mondo che sfugge loro di mano, che sta cambiando e che non riescono a comprendere del tutto. Sono trascorsi due secoli, e quante volte ci siamo trovati di fronte a cambiamenti che sfuggono al nostro orizzonte? Oppure, quanto volte abbiamo compreso il risultato di tali cambiamenti e proprio per questo cerchiamo di rifiutarli? Mi vengono subito in mente i molti amici della Val di Susa, che da oltre trent’anni si battono contro un’opera che viene presentata come un tassello fondamentale per un certo modello di sviluppo, ma che comporta un impatto devastante sul piano ambientale. Mi viene da chiedermi se il movimento no-tav può essere paragonato a quello luddista: certo il contesto storico e locale è diverso, diversi i rapporti, in valle non si vuole distruggere, semmai bloccare i lavori, ma in fondo sottotraccia c’è l’idea, molto pasoliniana, che non sempre la modernità e lo sviluppo sono un miglioramento.
Ci si accorge, ripensando a questi momenti di «rottura», di quanto siamo imbevuti del concetto di sviluppo, pensato come crescita, al punto di non riuscire spesso a vederne i punti critici. Se proviamo a osservare la maggior parte delle definizioni del concetto di sviluppo, notiamo che sono generalmente basate sul modo in cui una o più persone si immaginano le condizioni ideali dell’esistenza umana. Se lo sviluppo è soltanto un termine comodo per riassumere l’insieme delle virtuose aspirazioni umane, si può concludere immediatamente che esso non esiste in alcun luogo e che non esisterà probabilmente mai. 
Ecco allora che tale l’idea si manifesta per la società occidentale non come ideologia o come scienza, ma come credenza. Credenza paragonabile ai miti di fondazione delle popolazioni che noi chiamiamo «primitive». Un’idea si discute, un mito no, pena l’intero crollo del sistema, della società basata su un’idea di crescita. Non a caso, nonostante i molti fallimenti, nessuno mette in discussione il concetto di sviluppo, anzi ogni fallimento diventa l’occasione di una nuova dilazione. E come ogni fede, anche lo sviluppo ha i suoi rituali, fatti di incontri tra i grandi della Terra (G8, G20, Davos), che continuano a tenere accesa la fiamma della speranza in un futuro migliore al di là di ogni logica conclusione.
Nel caso del movimento «meccanoclasta» del luddismo, molto ben descritto e analizzato nelle pagine che seguono, il nemico era il telaio, la macchina che sostituisce l’umano, ma quella storia ci rimanda all’oggi in cui ci troviamo nuovamente di fronte a congegni che da un lato ci aiutano, ma dall’altro tendono anch’essi a sostituirci. Il problema è che non si tratta di un mero scambio, per cui l’utensile compie il lavoro dell’uomo e basta. Tali meccanismi inducono e producono dei cambiamenti radicali nella società, come afferma saggiamente Ivan Illich (citato nel testo) a proposito del monopolio radicale che si stabilisce «quando lo strumento programmato spossessa la capacità innata dell’individuo. Questo dominio dello strumento instaura il consumo obbligatorio e di conseguenza restringe l’autonomia della persona». Pensiamo alle forme di dipendenza indotte dagli smartphone.
Perché l’intelligenza artificiale, da un lato ci affascina, ma dall’altro incute paura? Perché fino a oggi le macchine hanno sostituito il nostro lavoro fisico e le nostre azioni materiali. In fondo le macchine erano protesi che amplificavano le azioni del nostro corpo, ma fino a ora non avevano mai toccato il pensiero, erano degli utili ignoranti. Ora che però «pensano» per noi, la cosa ci inquieta. Fino a che punto ne manteniamo il controllo? È difficile sapere se i luddisti ottocenteschi prevedessero che le macchine avrebbero portato il controllo dei mezzi di produzione in poche mani, ma oggi abbiamo tutti gli strumenti per comprendere che una cosa analoga sta succedendo per quanto riguarda la Rete: chi controlla il web?
Rileggere quei fatti passati non è solo un importante esercizio storico, ma anche un modo per riflettere sul presente e sul futuro prossimo, che è già quasi un presente.