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Il sogno di Goffredo di Vittorio Giacopini

Da pochi a pochi appunti di sopravvivenza

Fofi

PROSSIMA USCITA
lun 13 apr 2026





L’uomo, la maschera

Nel primo libro che, credo, gli garantì una certa fama, Goffredo Fofi ragionava su Totò, «l’uomo e la maschera». L’intenzione era proprio quella di liberare «il principe della risata» dai troppi cliché che il mercato, la società dello spettacolo e una cultura pigra, altezzosa e molto distratta gli avevano cucito addosso – appunto – come una maschera. Quando è morto, nel luglio del 2025, a 88 anni, la trappola è scattata anche per lui. Forse era inevitabile. Nei molti, nei troppi, negli spesso compiaciuti e quasi tutti uguali ricordi di quest’uomo straordinario, cioè con mille interessi e perciò inclassificabile, si è cristallizzata una specie di «maschera» o un «carattere» proprio nel senso della commedia dell’arte di cui dovremmo provare a liberarci.
Il suo leggendario bastone da burbero rimbrottante col cuore d’oro l’abbiamo sepolto con lui, e già è un passo avanti. Caricature – e narcisismi – a parte però resta più di un nodo da sciogliere, e più di un enigma. Goffredo non era sistematico, non teorizzava, non aveva Teoria (o ne aveva troppe). Si interessava di tutto, scriveva di tutto. Non lo potevi afferrare: era un grande irrequieto. La sua sorprendente mancanza di compiacimento e sussiego intellettuale veniva anche da qui, per paradosso: sfuggiva anche a sé stesso, non si accontentava mai, cambiava sempre. Sapeva andare – era sempre in movimento, anche col pensiero – ma non sapeva arrivare, e non voleva.
Le «maschere» però ce le cuciamo addosso anche un po’ da soli; vale per tutti. Nel caso di Goffredo ho l’impressione che il cliché dei cliché o lo schema-trappola riguardi un nodo «politico» o quasi-politico. Il suo (bellissimo) libro-intervista con Oreste Pivetta di una decina di anni fa evoca già dal titolo una «vocazione minoritaria» che dal mio punto di vista è stata più che fraintesa. Chiaro, può capitare di ritrovarsi in minoranza e pensare, agire, scrivere e parlare con passione «da pochi a pochi», ma questo è un dato di fatto o una scelta obbligata, un incidente. Il termine «vocazione» è ingannevole. «In un mondo diviso tra poveri e ricchi, oppressi e oppressori, sfruttati e sfruttatori», fare politica e cultura per Fofi voleva dire lottare per le masse o, come si diceva una volta, per il «popolo».
Per quanto non avesse un partito e neanche una fede, Fofi a modo suo credeva nella necessità essenziale di una ecclesia (il suo refrain degli ultimi tempi era sempre lo stesso: costruire alleanze, «fare rete»). L’aveva scritto lui stesso a inizio anni Settanta a Elsa Morante: «Credo all’intervento dentro all’evoluzione immediata del tempo, e quindi alla ‘politica’ come legame con gli oppressi… qui è forse il nostro maggiore contrasto: io credo alla necessità del partito, cioè dell’ecclesia, e so che questo non potrà essere che ‘corrotto’ poiché dovrà agire nel compromesso con la storia. È di ogni rivoluzione che voglia andare oltre la ‘denuncia’ e la ‘testimonianza’: affrontare la storia, per domarla».


Gli oppressi

In uno dei suoi epigrammi come al solito feroci ma intelligentissimi, Cesare Cases l’aveva ribattezzato «Gottifredi da Populonia» e almeno in parte aveva centrato il bersaglio. Lo stesso Fofi ne era consapevole («fu senz’altro il populismo a spingermi a occuparmi più di immigrati che di operai» scrive in Pasqua di maggio, ricordando la genesi del suo primo libro su L’immigrazione meridionale a Torino e le polemiche che ne seguirono). Era anche la sua vita, d’altronde, la sua storia. Fuori da qualsiasi rigidità da marxismo-scientifico, e sin da quando aveva lasciato Gubbio per raggiungere a Palermo Danilo Dolci e i sottoproletari (o forse qualcosa meno) di Cortile Cascino, per Fofi le «masse», il «popolo», non erano la «classe rivoluzionaria» in senso stretto ma gli «ultimi», gli oppressi, i «dannati della terra», gli umiliati. Nato e cresciuto tra i contadini di Gubbio, sull’Appennino, in un orizzonte fuori dal tempo o, meglio, ancora sospeso nel «medioevo», le masse per lui erano questo mondo destinato a scomparire, spazzato via dal progresso e da quella micidiale dialettica tra benessere, opulenza e omologazione che in pochi anni avrebbe ridisegnato la società italiana.
Non è questione di nostalgia. Questa «grande trasformazione», ancora prima di capirla, Fofi la avverte come un trauma personale e una ferita. Il suo primo «impegno» a Cortile Cascino e a Partinico è stato anche un modo per chiudere il cerchio e tornare da dove veniva. Le campagne di Gubbio, Semonte, l’universo contadino: in una conversazione registrata con l’amica Anna Antonelli durante la pausa forzata della pandemia, Fofi ne parla a lungo, e si appassiona: «Gubbio era ancora medioevo, c’era questa continuità dei secoli, la sentivi… Semonte con i riti agricoli, correre da bambino nei campi appresso a quelli che falciavano il grano o il fieno, sentirli cantare…».
Avrebbe potuto fare il maestro elementare («è l’unico diploma che ho mai preso») o l’antropologo «rurale», il ricercatore sul campo nel solco di Carlo Levi, o di Ernesto De Martino. A cambiare il corso e il segno politico del suo lavoro fu l’incontro con Raniero Panzieri, ancora a Roma. Quando è sul punto di partire per una «missione» da antropologo in Calabria con altri amici, Fofi incontra Panzieri e viene convinto a trasferirsi a Torino. Raniero, ricorda, ci prende tutti «isolatamente uno per uno e ci fa un discorsetto. Per me il discorsetto era questo: ‘tu hai creduto nei contadini nel Sud, hai pensato che i contadini del Sud vanno tutti a Torino… Questi contadini diventeranno operai, se si farà la rivoluzione sarà a Torino, non certo a Palermo o nelle campagne del Sud».
Uno dei suoi libri più belli, Pasqua di maggio, si apre col ricordo di «tre maestri». Accanto ad Aldo Capitini e a Elsa Morante, Fofi sceglie proprio Raniero Panzieri. Gli aveva cambiato la vita, del resto, mutato lo sguardo. Ai tempi dei «Quaderni rossi», tra gli («antipatici») professori dell’operaismo, Fofi ritrova le «masse» attraverso il lavoro d’inchiesta, e la ricerca. La scelta di campo – lottare dalla parte degli oppressi – resta la stessa, ma cambiano le dinamiche, muta il «soggetto». Quando a fine anni Ottanta Fofi ricorda appunto Panzieri in Pasqua di maggio, contestualizza quell’esperienza «marxista» ma non rinnega niente: «Lontanissimo è proprio il discorso politico di fondo…il proletariato di fabbrica, la ‘classe’, ha subito dure batoste… ma soprattutto ha lottato per il benessere e non per il socialismo… la visione fideistica del marxismo si è squagliata come neve al sole».
Fino alla fine, però, è rimasto convinto che ci fosse soltanto una cosa da fare (facendone mille): lottare per le masse, per il popolo. Le classi saranno anche cambiate, diceva negli ultimi tempi, ma solo un cieco o un idiota o un mascalzone non vede che mai come oggi le differenze di classe si sono acuite, che mai come oggi il mondo è diviso tra quei pochissimi che hanno tutto e i troppi che hanno zero o meno di zero. Dentro l’osceno presente «tecno-capitalistico» in cui siamo costretti a vivere in questo ormai tardo inizio secolo, adesso che Guerra e Finanza e Politica e Tecnica e Oppressione sono tornati a cementarsi in modo implacabile e fanno tutt’uno, Fofi continuava a ribadire la necessità di ripensare la «lotta di classe» e la… «rivoluzione». La sua insofferenza per i «buoni» troppo appagati e compiaciuti dal proprio «ben fare», per i «colti» stregati dal mercato, per i «consolati» dall’arte o dalla cultura, veniva anche di qui. Lo ha martellato sino alla fine: non bisogna accontentarsi, e non possiamo rinunciare, bisogna osare. Il suo era un «sogno ad occhi aperti», ovvero l’Utopia Concreta di Ernst Bloch: creare un’altra società, far saltare le gabbie e le maschere del Potere, uscire da questa nostra perenne «preistoria» proprio nel senso di Marx: l’idea (tremenda) che il mondo sia e debba restare inevitabilmente diviso in poveri e ricchi, sfruttati e sfruttatori, servi e padroni.


Asfissiante cultura

Il cinema, la letteratura, per lui erano stati una vera scoperta del mondo, e la cultura dal suo punto di vista rappresentava l’esatto contrario di un privilegio. Come un altro grande critico di cinema che ammirava molto, Serge Daney, l’esperienza del cinema aveva rappresentato per lui una porta da aprire per raggiungere la Storia (e criticarla) e il modo per giungere a capire la differenza chiave tra gli schemi di potere, i mille conformismi obbligati, le trappole della «società» e quel più vasto orizzonte di possibilità e speranze che resta il «mondo». A Danilo Dolci e a Cortile Cascino, la sua prima «avventura», arriva d’altronde sfogliando le pagine di una rivista illustrata – «Cinema nuovo» – dove scova un reportage fotografico di Enzo Sellerio su quello che allora chiamavano il Gandhi italiano.
Leggere, scrivere e guardare: per lui erano una forma di emancipazione e un dono che non casca dal cielo o hai per tradizione o motivi di classe o di censo ma devi conquistartelo a fatica, lavorando. Negli anni Sessanta, quando segue la famiglia emigrata a Parigi, l’incontro con la redazione di «Positiv», e le lunghe giornate alla Cinémathèque, lo portano sul fronte della critica «militante», e adesso Fofi fa politica con la macchina da scrivere, picchiando forte. Il terreno di battaglia diventa la messa in discussione dell’immaginario, la critica della cultura (e della politica). Le sue riviste – «Quaderni piacentini», «Ombre rosse», «Linea d’ombra», «Zazà», «La Terra vista dalla Luna», «Lo straniero», in parte gli «Asini» – fondamentalmente saranno questo: un lavoro di scavo e scoperta ma anche di guerriglia culturale, di contro-cultura. Normale che da un punto di vista così estremo e ambizioso vivesse con frustrazione e rabbia (e un certo sconcerto) la trasformazione della stessa «cultura» in vago e consolatorio privilegio, o in un fantasma di potere e auto-inganno narcisista, consumo al servizio della «merce», del capitale.
Citando Dubuffet, Fofi negli ultimi anni parla spesso di «asfissiante cultura» e in uno dei suoi libri più violenti e appassionati si scaglia anche con splendido sarcasmo contro questo nuovo «oppio dei popoli», la Cultura. Asfissiante cultura è anche il titolo di uno dei saggi raccolti qui, in Da pochi a pochi: «Il trionfo è l’estate, quando non c’è paese o vicolo italiani che non abbiano il loro festival, variamente chiamato e variamente ricco di proposte, le più attraenti delle quali succursali della TV [… un] gran parco dei divertimenti o paese dei balocchi nazional-popolare […] un’unica festa, girotondo di clown e corte di ciechi» (infra pp. 137-138).
L’accusa di «moralismo» che gli è stata sempre rivolta è tutta sbagliata. Per Fofi il problema era proprio questo: diventare «ciechi», castrarsi e consolarsi tramite l’arte e la cultura, che invece dovrebbero svegliarci ma inquietando, e aprirci gli occhi. Il dramma è che «oppressi» si può diventare anche da sé, ingannandoci per malafede o idiozia, usando l’«arte» (o un suo pallido simulacro) per accontentarsi. Ci sono destini peggiori della morte, e più cretini. 
Uno dei testi-talismano che Fofi ha continuato a pubblicare e ripubblicare sulle sue riviste è il quasi testamento del grande teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer ucciso dai nazisti a Flossenbürg. Quel testo molto bello si chiama Dieci anni dopo e il capitoletto che Fofi preferiva evoca esattamente il tema della «stupidità». «Per il bene – scriveva Bonhoeffer – la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Contro il male è possibile protestare, si può comprendere… Contro la stupidità non abbiamo difese. Qui non si può ottenere nulla, né con le proteste né con la forza, le motivazioni non servono a niente… lo stupido a differenza del malvagio, si sente completamente soddisfatto di sé, anzi diventa addirittura pericoloso perché con facilità passa rabbiosamente al contrattacco».
Per Bonhoeffer (e per Fofi), il segreto del potere, il meccanismo che sempre riproduce il dominio e l’oppressione passano da qui, dalla stupidità: «È un problema sociologico piuttosto che psicologico… la potenza dell’uno richiede la stupidità degli altri… Trasformatosi in uno strumento senza volontà, lo stupido sarà capace di qualsiasi malvagità, essendo contemporaneamente incapace di riconoscerla come tale… ma a questo punto è chiaro che la stupidità non potrà esser vinta impartendo degli insegnamenti, ma solo da un atto di liberazione».


La rivoluzione e il fantoccio del potere

Nonviolenza (non incondizionata), lotta contro oppressione e sfruttamento, «persuasione», vegetarianismo, non accettazione del mondo come va il mondo e delle cose così come sono le cose, saper dire di «no» e «fare rete», «rompere i coglioni». Sul fronte del pensiero politico Fofi aveva i suoi punti di riferimento precisi ma senza una Teoria e senza Sistema. Aveva cominciato con Dolci, con Capitini, e negli anni Sessanta era stato marxista ma a modo suo, da irregolare. Filosoficamente, credeva nel Principio Speranza, nel Sogno ad Occhi Aperti, nell’Utopia (il suo «filosofo dell’anima» era Bloch), ma non si faceva illusioni e verso la fine il suo pessimismo si era fatto pesante, quasi totale. Quasi, però. Se fossi davvero coerente, diceva certe sere, dovrei scegliere il silenzio, oppure il suicido (ma il suicidio proprio non lo «capiva» e quanto al silenzio, beh, non c’era portato). La fine dei movimenti, l’eclissi della politica di sinistra, la stessa parabola sconcertante del terzo settore e l’involuzione delle «minoranze» in cricche di potere ricattatorie, l’avevano messo (ci hanno messo tutti) con le spalle al muro. Ancora una volta sentiva che avremmo dovuto ricominciare da zero e rifare tutto da capo (ma per lui era troppo tardi, e lo sapeva).
Siamo sempre lì. Il mondo, diceva De Martino, «non deve finire» ma «può finire», e questo per Fofi era un orizzonte obbligato, quasi un assioma. Ripartire da «zero», provare ad affrontare la storia per «domarla», non accettare. «Fossi certo che domani il mondo finisce distrutto dall’ignominia umana – che ha un nome, ed è Capitale – non farei che lottare ancor più accanitamente perché questo non avvenga, anche sapendo che avverrà». Lo scriveva nel 1972 sempre in quella lettera a Elsa Morante, ma credo ci avrebbe messo ancora la firma.
In fondo, la sua «teoria politica» (e morale) è nascosta proprio nel grande romanzo della sua grande amica. La stessa Morante riconoscerà il debito diretto con Goffredo per il lungo discorso-delirio politico di Davide Segre in osteria. Goffredo, mentre scrive La Storia, è uno dei pochi «politici» tra gli amici della Morante, e in forma ironica la visionaria sparata del giovane ebreo anarchico mantovano è l’unico momento di «coscienza» (teorica e politica) in un romanzo che è programmaticamente un grido di dolore contro la Storia, questo «scandalo che dura da diecimila anni». Bisogna rileggere quelle pagine forse senza prenderle alla lettera ma andando al cuore della questione, scarnificando. «Tutta la storia – dice Davide – l’è una storia di fascismi, più o meno larvati»; l’intera avventura umana si è svolta all’insegna di un sistema di sopraffazione e sfruttamento e in ogni epoca viviamo abbagliati dagli «spettacoli di illusionismo montati dal POTERE». Per Segre-Fofi la «prova della Storia» sta nella «lotta tra la Rivoluzione e il fantoccio del potere» (e il fantoccio del potere, sinora, ha sempre vinto).


Cambiare la vita e cambiare il mondo

L’illusionismo del potere, l’immaginario colonizzato, questo arrendersi a una pretesa di ordine tanto spettrale quanto ricattatorio, il rischio permanente di «lasciarsi amputare» da cui aveva messo in guardia Rimbaud: sono i temi di tutto il lavoro disordinato e curioso di Fofi, la sua «passione». Quando è morto, con altri amici nella sua bara abbiamo messo, oltre al famoso bastone, alcuni «asinelli» e la Pléiade con le opere di Rimbaud, e c’è un buon motivo. Con Breton, con l’amato Buñuel, il programma di Fofi era unire Marx e Rimbaud, e non c’è uno migliore, a quanto ne so. «Cambiare la vita e cambiare il mondo»: era il suo motto. Fofi poteva mutare maschera e opinioni, sconfessarsi e reinventarsi, trovarsi sempre un nuovo mestiere, ma il fuoco era quello. Come Dylan – che amava molto: «Invecchia bene» – non voleva farsi inchiodare sulla punta di uno spillo. Le sue insofferenze, le sue sorprendenti metamorfosi, i suoi grandi amori sono anche un metodo della fantasia o dell’inquietudine creativa, tanto è lo stesso (di sé Goffredo diceva di essere un terribile nevrotico. Esagerava: piuttosto voleva stare sempre con i piedi ben piantati nella storia, ma contro-corrente).
Non è mai stato fermo, anche nel pensiero e soprattutto nel pensiero, a conti fatti. Nei tardi anni Cinquanta aveva lasciato il «paradiso» contadino di Gubbio e cominciato a lavorare con i ragazzi di Cortile Cascino a Palermo o a Roma da operatore sociale, anche in manicomio. Lo ritroviamo sociologo a Torino a studiare l’immigrazione meridionale, poi ci saranno gli anni di Parigi, il cinema come «critica» della politica e della società e poi verrà il ’68, la stagione (bellissima e complicata) dei movimenti, il lavoro di «strada» a Napoli, le riviste. Negli anni Ottanta – nella mesta stagione del cosiddetto riflusso, e del narcisismo – punterà tutto sulla cultura come alternativa a una politica stremata, salvo accorgersi che sarà proprio questa «asfissiante cultura» a diventare il nuovo Oppio dei Popoli, la micidiale, consolatoria trappola voluta da quel «fantoccio» che possiamo chiamare Potere o Sistema o Capitale, e che vince sempre.
Cambiava di continuo ma restava sempre uguale: ostinatamente «contro», non-riconciliato (negli ultimi anni Goffredo citava spesso una frase di don Tonino Bello: non è più il tempo di «consolare gli afflitti ma di affliggere i consolati», dargli una scossa). Se c’era una cosa di cui aveva davvero orrore era quello che nel ’68 francese chiamavano récupération: il lasciarsi riassorbire dal sistema, il rientrare nei ranghi, il mettere la testa a posto e fare carriera. In un’intervista filmata realizzata durante l’estraniante «pausa» della pandemia, lo dice nel modo più esplicito: bisogna lavorare sodo, e bisogna osare: «Ogni generazione dovrebbe cercare le strade giuste per affrontare il presente, per costruire il futuro… Pensare è una fatica, Dio buono. Collegare le cose, i fenomeni e… capire come funziona il mondo, come funziona una società, come funziona la Storia, è una fatica. Loro (i giovani) devono farla. Se non la fanno sono dei complici. Non sono solo delle vittime».
Lo vedete, l’imperativo resta sempre quello, non se ne scampa: «cambiare la vita e cambiare il mondo», studiare, incazzarsi, cercare di fare la «fatica» di capire, sognare sempre (ma mai «all’indietro») e saper dire «di no», vedendo meglio. «Le rivoluzioni non devono mai finire, devono sempre continuare. Le rivoluzioni sono un qualcosa di ininterrotto, di continuato, di necessario. Non è che faccio la rivoluzione, vado al potere e tutto finisce lì. No, è un continuo, è un continuo».


Il sogno di Goffredo

Il primo volume de Il Principio Speranza di Ernst Bloch affronta il tema sotterraneo e incandescente dei «sogni ad occhi aperti». L’utopia di una società più giusta e di un «mondo migliore» per il pensatore più amato da Goffredo nasce anche da queste «immagini di desiderio» che prendono forma nel sogno, con confusa ambizione e irriverenza, fuori dal «mondo della ripetizione», dal «gran sempre-ancora» che fa del nostro passaggio sulla terra un inutile soggiorno in un «palazzo di fatalità». Come «critico» del nostro immaginario colonizzato (sembrava sapere tutto di letteratura, di teatro, di cinema, di fumetti, e soprattutto ricordava tutto, aveva davvero una memoria di ferro) Fofi ha sempre lavorato sulla qualità e il rigore dei nostri sogni (perché, ovvio, ce ne sono anche di consolatori e di sciocchi, di irrilevanti: il «drago dell’irrealtà», come lo definiva Elsa Morante, è sempre in agguato). Al netto di alcune cantonate (inevitabili) la sua straordinaria capacità di distinguere e separare la «fuffa» da quel «poco di buono» che c’è veniva anche dal «metodo» Bloch. Il lavoro intellettuale come critica dei sogni, verifica dei poteri (nel senso di Fortini), smascheramento. «La vita degli uomini – scrive Bloch – è attraversata da sogni ad occhi aperti, una parte dei quali è solo fuga insipida, anche snervante, anche bottino per imbroglioni; ma un’altra parte stimola, non permette che si accontenti del cattivo presente, non permette che si faccia appunto i rinunciatari». Per Fofi il problema dei problemi alla fine era questo: studiare, capire, fare rete (e, certo, anche rompere i coglioni), ma solo per passare da quell’altra parte, sull’altra riva, quella dei sogni «necessari», della speranza «concreta», della «non rinuncia».
Goffredo poi era anche uno che amava molto raccontare i suoi di sogni, quelli ammatassati e strani e confusi che, senza sapere perché, ci vengono a visitare mentre dormiamo. Un anno prima di morire era rimasto molto colpito da un sogno che aveva fatto e ne parlava con tutti quelli che lo andavano a trovare (eravamo molti). Per lui era un «segno dei tempi», aveva urgenza. Nel sogno Goffredo era in un Duomo, forse quello di Monreale, e c’erano i compagni di una vita, quelli delle riviste. Erano al funerale di una bambina e piangevano tutti la morte di questa bambina bellissima. Erano nella navata principale, il feretro in una sala accanto. Goffredo si avvicina al feretro per guardare ancora una volta quella bambina bellissima e si rende conto che respira ancora. Allora, con tutta la forza che ha, urla agli amici: «È viva, non è morta. La rivoluzione non è morta!».
La «rivoluzione non è morta». Ma i sogni autentici non vengono per caso, persistono nelle cose e insistono nella coscienza, tornano a galla. Goffredo quel sogno l’aveva già fatto, quasi uguale, cinquant’anni prima. L’ho scoperto rileggendo le sue (bellissime) lettere a Elsa Morante. Siamo nel 1972. Dopo i saluti e la firma leggiamo: «Segue, su due facciate, il racconto di un sogno, incentrato sulla visione di un bambino impiccato che alla fine si rivela vivo e incolume». C’è tutto Fofi qui: la sua ostinazione, la sua incrollabile allegria, la sua non-rinuncia.