Le rivoluzioni del nostro tempo. Un manifesto prologo
Libro
Le rivoluzioni del nostro tempo. Un manifesto
The peoples want
PROSSIMA USCITA
lun 11 mag 2026

Nell’autunno del 2019, da qualche parte nella banlieue di Parigi, metropoli coloniale ma anche storico crocevia di molti esili, persone provenienti da tutto il mondo si sono riunite per partecipare al primo di una serie di incontri internazionali. Abbiamo chiamato questi incontri «The Peoples Want» (I popoli vogliono), ispirati dall’eco ininterrotta di quel grido che da oltre un decennio sta agitando il mondo: «Il popolo vuole la caduta del regime!». Un’affermazione che, se declinata al plurale, esprime bene la nostra aspirazione.
Pochi anni prima, questo appello alla mobilitazione era giunto a Parigi tra i bagagli dei rivoluzionari e delle rivoluzionarie provenienti dalla Siria. Dal loro incontro con alcuni dissidenti locali è nata una cooperativa, uno spazio ibrido chiamato La Cantine Syrienne (La cucina siriana), un posto caldo in cui recuperare le forze e un po’ di coraggio. Un luogo dove rompere l’isolamento, e in cui, a poco a poco, si è costituita una comunità di persone in esilio, di amiche e amici provenienti da molti paesi differenti. Un luogo in cui discutere animatamente di cucina… e rivoluzione.
Da questa prima comunità è emersa l’idea del percorso che abbiamo deciso di chiamare «I popoli vogliono». Un percorso a cui, anno dopo anno, si sono aggiunti rivoluzionarie e rivoluzionari provenienti da tutto il mondo e attraverso il quale abbiamo condiviso le nostre esperienze su ciò che stavamo cercando di costruire e per cui stavamo combattendo nei nostri territori e nei nostri quartieri. Abbiamo dedicato il tempo necessario a conoscerci, tra grandi tavolate, feste, discorsi elettrizzanti e discussioni a volte difficili. Abbiamo osato immaginare un futuro pieno di possibilità, diverso da quella soffocante cappa repressiva che si era abbattuta su di noi.
L’ultimo di questi incontri ci ha indicato una nuova direzione. Migliaia di persone sono venute per incontrare rivoluzionarie e rivoluzionari provenienti da quaranta paesi ed è emerso il desiderio di costruire qualcosa di più durevole, di voler andare più lontano. Questa energia era il segnale che c’era ancora molto da fare e che quello era soltanto l’inizio. Così, la Cantine Syrienne ha continuato a essere una cucina conviviale, e la nascente rete ha cominciato a disegnare la propria costellazione.
L’esperienza di scrittura del testo che avete tra le mani ha avuto inizio nell’estate del 2023 e inizialmente ha riunito nove persone provenienti da diverse geografie chiamate Libano, Francia, Siria, Tunisia, Cile, Gran Bretagna, Russia, Kurdistan e Iran. Ognuna di queste nove persone, a modo suo, ha preso parte alle insurrezioni del nostro tempo. Le diverse versioni del testo sono poi state discusse a Santiago del Cile, Beirut, Lione, Buenos Aires, nel Massiccio centrale francese e tra le colline scozzesi di Galloway passando per la valle della Beqāʿ. Lungo il cammino, è stato dibattuto, rielaborato, arricchito, confermato, e in alcuni punti completamente trasformato dalle osservazioni critiche di coloro che hanno contribuito alla sua stesura. Che provenissero dai luoghi dell’esilio o da quelli della lotta, da nord, da sud, da est o da ovest, il testo si è arricchito dei racconti e delle analisi di chi ha partecipato alle rivoluzioni in Egitto, Sudan e Iraq, alle rivolte contadine in India, all’ondata femminista in America Latina, alla proteste per George Floyd negli Stati Uniti e a quelle in Sri Lanka, alle resistenze palestinese e ucraina, e molte altre ancora.
Liberandoci da ogni ideologia, mettendo da parte le analisi dominanti e la geopolitica da salotto televisivo, abbiamo cercato di avvicinare i corpi in lotta per mettere a confronto le nostre esperienze. A partire da questi confronti, e dalla reciproca comprensione che hanno prodotto, abbiamo tentato di cogliere la posta in gioco nell’evolversi stesso dei vari contesti, affrontando le incertezze e le apparenti contraddizioni.
Un esercizio difficile. A partire da diversi luoghi del mondo, abbiamo dovuto tirare fuori il meglio di ciò che era emerso dai nostri scambi e dalle nostre esperienze, per porre le basi di un’analisi dello stato delle forze in campo e delle sfide nel prossimo futuro, con l’obiettivo di darsi poi degli obiettivi a corto, medio e lungo termine. L’intensificarsi della guerra aperta in Ucraina e in Sudan, o ancora in Palestina e Libano, per citare solo le più recenti, e il conseguente rafforzarsi delle logiche «campiste» è stato un ostacolo non trascurabile. Come delineare un piano per un nuovo internazionalismo senza sembrare fuori dal tempo, proprio mentre il boato dei cannoni risuona ovunque?