Dopo la tormenta. La sfida comunitaria introduzione
Libro
Dopo la tormenta. La sfida comunitaria
Zibechi
PROSSIMA USCITA
lun 31 ago 2026

L’immaginazione è fondamentale per chi aspira a cambiare il mondo. Se non siamo capaci di immaginare un mondo nuovo, diverso, non potremo costruirlo. Non intendo dire che tutto dipende dall’immaginazione, ma quest’ultima sembra essere un prerequisito in grado di orientare le energie collettive, come ha dimostrato per decenni il movimento operaio immaginando un mondo governato non da «dèi, re o tribuni», ma dai lavoratori stessi, come propone L’Internazionale.
In un recente incontro delle comunità zapatiste, dedicato a «piramidi, storia, amori e, chiaramente, disamori»1, il subcomandante Moisés ha parlato del «potere dell’immaginazione». Ha spiegato che lo zapatismo in un primo momento immagina qualcosa di concreto, poi vi riflette collettivamente e infine comincia ad abbozzare una pianificazione per renderlo realtà. «Siamo stanchi di studiare come il capitalismo domina e sfrutta; ora la nostra preoccupazione è come sarà la nuova realtà». Questo è il tema principale affrontato dallo zapatismo negli ultimi anni.
Le azioni di resistenza delle comunità indigene, nere e contadine dell’America Latina rivelano la presenza di un immaginario dell’autonomia che si fa strada tra l’immaginario del capitalismo e quello del socialismo reale. Si tratta di una realtà nuova, di un qualcosa che non esisteva tre o quattro decenni or sono, quando l’autonomia era solo una riflessione teorica ancorata a esperienze passate, per lo più del secolo precedente.
Purtroppo, l’immaginazione delle sinistre istituzionalizzate (dai partiti ai sindacati) rimane concentrata sullo Stato e sulla conquista del potere. Continuano a sognare immaginari «Palazzi d’inverno» o «Bastiglie» da prendere d’assalto e sperano che da lì cambieranno il mondo, contro ogni esperienza storica che dimostra il contrario. In ogni caso, centocinquanta anni dopo la Comune di Parigi e poco più di un secolo dopo la rivoluzione russa, l’immaginario statalista appare logorato; è sempre meno interessante e attraente per i giovani, per le donne che lottano e per chi aderisce alle più diverse forme di dissenso.
L’immaginario che guarda all’autonomia, invece, risulta potente, diverso, attrae molte persone e soprattutto ha una grandissima vitalità. In Italia, penso alle fabbriche recuperate dai lavoratori, alla resistenza all’alta velocità in Val di Susa o alla Fattoria senza padroni di Mondeggi nei suoi primi anni, per citare alcune realtà che ho conosciuto direttamente. La cosa interessante è che si tratta di una visione strettamente legata a esperienze concrete, che hanno i loro problemi e le loro carenze2 (che cosa non li ha?), ma in cui predominano la creatività e la freschezza di un’aria nuova.
Nel caso degli zapatisti, la cui esperienza permea naturalmente gran parte del mio pensiero, è importante notare che, dopo aver portato avanti per tre decenni il proprio cammino verso l’autonomia, ora stanno intensificando l’impegno ad approfondire ciò che stanno costruendo. Da qui emergono alcune proposte che mirano a eliminare o appiattire le piramidi (simbolo del dominio capitalistico e patriarcale), nonché la creazione del Común3 come orizzonte del tipo di società desiderabile. Ci stanno dicendo che l’autonomia è qualcosa di positivo e necessario, ma che non è sufficiente se manteniamo la proprietà privata e le gerarchie.
D’altra parte – e credo che questo sia fondamentale – dobbiamo concepire le autonomie non come istituzioni, ma come organismi viventi capaci di cambiare, di modificare il proprio corso, il che può avvenire in un senso sempre più anticapitalistico. Non c’è nulla di prestabilito, e coloro che intraprendono questo cammino hanno bisogno di sperimentare, di percorrere la strada, e poi di vedere come proseguire. E naturalmente può anche succedere che alcune esperienze di autonomia si indeboliscano e finiscano per ricadere in pratiche stataliste.
In questo lavoro ho raccolto alcuni testi che mirano a mostrare come tra i movimenti e i popoli in lotta siano state create relazioni e forme di vita che appartengono al mondo nuovo che vogliamo creare per sottrarci al collasso di civiltà ormai in corso. In generale, non configurano una società nuova o mondi completamente nuovi, ma stanno creando i fili e le trame che possono intessere l’arazzo che desideriamo e che stiamo sognando.
In questo lavoro, dopo aver affrontato la crisi sistemica e il collasso in atto, mi soffermo brevemente sulla decomposizione delle nostre società e sulla mutazione degli Stati-nazione, tenuti sotto controllo dall’1 per cento che se n’è impadronito per tutelare i propri interessi. Questa deriva del capitalismo in termini di predazione spiega in gran parte la scelta di alcuni popoli per l’autonomia territoriale. Mi piace sempre sottolineare che non si è trattato di una scelta ideologica, ma piuttosto di una scelta motivata dalla pura necessità di sopravvivere in mezzo alla catastrofe che stanno vivendo.
Dedico il capitolo quarto al problema della centralizzazione dei mezzi di produzione e di scambio, una proposta che il marxismo ha imposto in tutti i processi, basata sulla falsa idea che la proprietà statale sia molto diversa dalla proprietà privata. Ciò significa ignorare che la gestione della proprietà statale richiese la creazione di una fascia di amministratori e burocrati che, con il tempo, sono diventati una nuova classe dominante, oppressiva quanto la vecchia borghesia.
Con mia sorpresa, molti militanti e attivisti si sono sintonizzati con la spiritualità come forza potenzialmente emancipatrice. Conoscere dall’interno alcune comunità Guaraní Mbya nel sud dello Stato di São Paulo, comprendere il ruolo che le «case di preghiera» svolgono nella coesione collettiva e nella determinazione a rimanere popoli indigeni, mi ha portato ad approfondire questo argomento. Mi è parso evidente che un rigido materialismo non è sufficiente a spiegare le scelte degli esseri umani, e in particolare a sostenere la vita collettiva. Credo che quel tipo di materialismo abbia anche contribuito alla crisi del socialismo e del pensiero critico, una crisi che viviamo, e che patiamo, da decenni.
È tuttavia essenziale separare la spiritualità dalla religione. La spiritualità indigena non ha istituzioni né autorità. Le «case di preghiera» sono costruzioni semplici, fatte di fango e foglie di palma, dove tutte e tutti sono uguali, senza la minima gerarchia se non quella che nasce dai saperi e dall’età. Ci sono due idee che il marxismo e il pensiero critico hanno ereditato e portato a estremi pericolosi per la vita: la «stupidità della vita contadina» e la religione come «oppio dei popoli». Al contrario, le spiritualità popolari alimentano gli immaginari di un mondo migliore, come hanno ripetutamente dimostrato le pratiche concrete del movimento operaio.
I quindici governi territoriali autonomi dell’Amazzonia peruviana, così come le decine di esperienze di autonomia nell’Amazzonia brasiliana (che non è stato possibile includere in questo volume), sono una scintilla di speranza per tutti i popoli e le classi oppresse. Sebbene queste realtà siano nate e si collochino in aree geografiche marginali, mi sono soffermato su di esse per due motivi: da un lato, ci insegnano che l’autonomia è necessaria per affrontare tanto la crisi climatica quanto l’avanzata predatoria del capitale; dall’altro, perché ben 51 popoli amazzonici peruviani hanno deciso di intraprendere questo cammino, che ciascuno realizzerà secondo i suoi tempi.
Il popolo Garifuna, in Honduras, è stato per me una rivelazione, mostrandomi quanto ci sia ancora da scoprire per quelli come noi che viaggiano per incontrare comunità e gruppi di resistenza dal basso. Le comunità che risiedono sulla costa caraibica stanno creando nuove relazioni sociali e di produzione, nonostante la violenza del narcotraffico e dei grandi proprietari terrieri, e la complicità di uno Stato oligarchico e mafioso. Nei territori recuperati hanno sostituito le monocolture di palma da olio con le loro colture tradizionali, come il cocco (che non è solo un alimento, ma ha anche un ampio uso cerimoniale). Inoltre, stanno diversificando le loro colture dando una particolare attenzione ai prodotti alimentari, ovvero impiantando coltivazioni di cereali, allevamenti di pollame e fabbriche di olio di cocco. Non solo, ma presto inaugureranno la «Casa dei saperi» garifuna, una sorta di «università» di cui il popolo potrà usufruire per la propria formazione. Tutto ciò non ha fatto che rafforzare la resistenza garifuna, nonostante i crimini quasi costanti commessi dai loro oppositori. Si tratta di uno degli esempi più chiari della possibilità di costruire qualcosa di nuovo nonostante tutte le prevedibili avversità.
L’ultimo capitolo è dedicato agli impatti dello zapatismo in America Latina. Si può parlare di un certo numero di impatti diretti e di alcuni impatti indiretti, difficili da tracciare perché a livello discorsivo molti non menzionano ciò a cui si ispirano per costruire la propria autonomia. Quello che è certo è che tre decenni or sono non esisteva una corrente autonomista nel nostro continente, e neppure nel mondo. Oggi possiamo affermare che negli ultimi anni questa corrente si è formata, non tanto a livello di organizzazione stabile e gerarchica ma a livello di una sensibilità che riesce a incidere su molti spazi e momenti della vita dei popoli. Non intendo dire che le diverse esperienze seguano lo zapatismo o si allineino alle sue iniziative, ma che molte traggono ispirazione dall’Ejército zapatista de liberación nacional (EZLN), mentre altre stanno convergendo in quella direzione perché hanno bisogno di preservare la vita.
Infine, voglio ringraziare la casa editrice elèuthera, con cui ho pubblicato Il paradosso zapatista quasi trent’anni fa. Continuare per tutto questo tempo a pubblicare libri critici è come nuotare controcorrente, soprattutto ora che le tempeste stanno diventando sempre più frequenti e devastanti.
Un ringraziamento speciale va alla traduttrice, Maria Adele Cozzi, che si è dedicata con molto impegno a un lavoro per il quale ha rifiutato qualsiasi compenso economico, con il desiderio di condividere e sostenere le scelte di quella generazione di persone impegnate che hanno dato un senso alle lotte del XX secolo, lavorando per convinzione e non per interesse. È una specie in via di estinzione che dobbiamo riconoscere, rispettare e, spero, emulare se desideriamo rimanere da questa parte delle barricate.
Montevideo, gennaio 2026
Note all’Introduzione
1. Semillero «De pirámides, de historia, de amores y, claro, desamores». A questi incontri, gli zapatisti danno il nome di semilleros (semenzai di idee, di riflessioni). Si veda in proposito la relazione elaborata da Ya basta Napoli e pubblicata da Comune-info: <https://comune-info.net/cinque-giorni-di-piramidi-storia-amore-e-anche-disamore/> (consultato il 31 gennaio 2026) [N.d.T.].
2. Si vedano per esempio le problematiche che nel 2024 hanno indotto un gruppo di persone che facevano parte della comunità di Mondeggi ad abbandonare l’esperienza, esprimendo dettagliatamente i motivi della propria scelta: <https://mondeggibenecomunque.noblogs.org/> (consultato il 2 febbraio 2026) [N.d.T.].
3. Per quanto riguarda il Común, si veda la nota 3 del capitolo quarto [N.d.T.].