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Un socialista libertario introduzione

Un socialista libertario

Berneri

PROSSIMA USCITA
ven 23 ott 2026


L’attualità di un pensiero critico e propositivo

di Francesco Codello

Ho abbandonato il movimento socialista perché continuamente mi sentivo dare dell’anarchico; entrato nel movimento anarchico mi sono fatto la fama di repubblicano federalista. Quello che è certo è che sono un anarchico sui generis, tollerato dai compagni per la mia attività, ma capito e seguito da pochissimi. I dissensi vertono su questi punti: la generalità degli anarchici è atea e io sono agnostico; è comunista e io sono liberalista (cioè sono per la libera concorrenza tra lavoro e commercio cooperativi e lavoro e commercio individuali); è antiautoritaria in modo individualista e io sono semplicemente autonomista-federalista (Cattaneo completato da Salvemini e dal sovietismo). Quanto al mio antifascismo, esso è non meno sui generis1.

Tollerato per l’attività militante, ma compreso e condiviso da pochi: questa la percezione espressa da Camillo Berneri (1897-1937) nei confronti del suo ruolo all’interno del movimento anarchico internazionale. Eppure, l’anarchico lodigiano è stato una figura di primo piano dell’anarchismo, non solo europeo, negli anni della sua adesione politica a questa idea2. Egli vive la sua militanza più significativa in un periodo cruciale della storia europea, a cavallo tra il 1917 e il 1937. In questo breve lasso di tempo eventi straordinari e dirompenti gli si presentano con tutte le loro complessità: la rivoluzione russa, il crollo delle dinastie monarchiche, la crisi della società e della cultura liberale, l’avvento del fascismo e del nazismo, la guerra civile e la rivoluzione spagnola. Ma il suo modo di sentirsi parte di una comunità, come quella anarchica, è certamente singolare. Impossibile dare conto, in questa antologia, di tutte le problematiche che egli ha affrontato con spirito critico e con una particolare postura, tante sono le sue riflessioni, i suoi articoli accolti in numerose riviste e giornali, non solo anarchici3. La scelta, ovviamente del tutto personale4, si è concentrata su due questioni che a mio avviso esprimono bene l’attualità del suo pensiero e la sua straordinaria «eresia» politica. Una riguarda la revisione e attualizzazione del pensiero anarchico tradizionale, l’altra il federalismo. Il suo intento è comunque quello di aggiornare in modo significativo l’approccio che l’anarchismo deve avere nei confronti dell’analisi sociale e degli strumenti della lotta politica. Scrive infatti, per dissipare ogni dubbio circa la sua immutata e immutabile tensione libertaria: 

Fino a oggi il nostro movimento è, essenzialmente, un movimento etico-mistico nelle élite e classista nella massa. Il mio revisionismo è una piccola riforma del metodo, e verte sullo stile della propaganda più che sui principi: i quali, nelle loro linee fondamentali, mi sembrano più che mai confermati nei fatti5. 
Berneri è pertanto ben consapevole che le sue riflessioni, le quali spaziano in numerosi ambiti della cultura politica, possano essere, agli occhi di un anarchismo tradizionalmente inteso, osservazioni non convenzionali, provocatorie persino, comunque critiche. Questa consapevolezza attraversa tutto il suo percorso intellettuale che, peraltro, non si distacca mai da una postura militante. La sua vita, tragicamente finita nella notte del 5 maggio 1937, con il suo assassinio ad opera di sicari comunisti a Barcellona, dove combatteva per la rivoluzione sociale contro le truppe franchiste e si difendeva da quelle comuniste, è paragonabile a quella di Gustav Landauer (1870-1919)6, l’ebreo anarchico tedesco assassinato durante la repressione della Repubblica dei Consigli di Baviera nel 1919. Ambedue, Berneri e Landauer, possono essere considerati due figure essenziali nella tradizione libertaria, soprattutto nella loro capacità di coniugare l’azione concreta e attiva con la riflessione revisionista e critica dell’anarchismo classico.


La revisione dell’anarchismo

L’importanza di riproporre adesso questa scelta di scritti di Berneri trova compimento non solo nel valorizzare il binomio «pensiero-azione»7, ma anche nel mettere in relazione questi due elementi posturali dell’anarchico lodigiano con l’apertura antidogmatica e non confessionale del suo atteggiamento nei confronti della realtà. In Berneri l’ideologia, anche quella anarchica, non diviene mai dogmatica convinzione, ma strumento ideale per comprendere, attraverso uno sguardo obliquo rispetto a quello del dominio, le dinamiche della società e delle relazioni umane. Questa sua grande capacità, che gli deriva dal suo percorso formativo (come non menzionare a tal proposito lo stretto rapporto con il maestro di socialismo Gaetano Salvemini), non resta esclusivamente di tipo intellettuale e solitaria, ma si concretizza sistematicamente nel confronto vivace e stimolante con Carlo Rosselli, Silvio Trentin, Guido Bergamo, Piero Gobetti e altri intellettuali che, come lui, sono alla ricerca di soluzioni libertarie e si riferiscono a un’idea di socialismo non marxista, di repubblicanesimo sociale, di liberalismo radicale8. Il suo socialismo libertario è concretamente ideato per costituire l’ossatura principale del suo anarchismo: 

Il socialismo deve uscire dall’infantilismo rivoluzionario che vede posizioni nette là dove ci sono problemi complessi, e da quello riformista, che non capisce la funzione storica dei programmi massimi e degli imperativi spirituali. E deve convincersi delle necessità di abbinare, nella propaganda, il fascino del mito con l’evidenza della necessità, in un’armonica conciliazione di valori ideali e di interessi utilitari9. 

Nella sua riflessione questo vuol dire anche lasciare la prospettiva della lotta sociale fondata esclusivamente su un discorso economicista e storicista, e abbandonare ogni concezione del progresso lineare e determinista dell’umanità. Ciò insomma comporta rivedere in modo più complesso e articolato il ruolo e le prospettive di un rinnovato anarchismo. Ma questa necessaria revisione dell’ideologia anarchica non deve a suo avviso compromettere l’ispirazione etica che caratterizza l’ipotesi libertaria. Il suo ragionamento è teso a far quadrare ciò che appare spesso, alla prova dei fatti, come disgiunto e inconciliabile: ragione e sentimento, logos e pathos. Criticare e interrogare il nucleo fondativo dell’ideologia anarchica senza abbandonare la sua originalità: questo il compito che il nostro pensatore ritiene indispensabile assumersi. Le sue parole d’ordine sono pertanto eclettismo, possibilismo, sperimentalismo. Ma attenzione, egli è al contempo ben consapevole che questa impresa è impossibile in senso assoluto e pertanto, come dimostrano i suoi scritti e la sua frenetica attività militante, ciò che occorre è sapersi di volta in volta interrogare mentre si sta sperimentando. Il suo anarchismo contrasta con i sistemi ideologici chiusi, con ogni dottrinarismo, con ogni forma di piegamento forzato della realtà a dogmi dottrinari10. La complessità della realtà non può, ai suoi occhi, essere semplicisticamente ricondotta a prese di posizione partigiane e comode, ma deve essere interrogata, sfaccettata, scomposta, analizzata criticamente, proprio perché è complessità. Certo, le contingenze che nell’azione sociale si pongono, conducono inevitabilmente a fare scelte rapide e parziali, ma esse non devono mai essere assolutizzate. Questo soprattutto per metodo, di ragionamento e comportamento, cioè per abito culturale e per abitudine etica. Scrive Berneri nel 1932: 

Tutta la mia attività intellettuale in seno al movimento nostro, comunque sia giudicabile dal punto di vista ortodosso, è stata sempre ed è tuttora improntata a uno sforzo di impostazione realistica dei problemi, a un problemismo per nulla ideologico, che ha diretto le mie simpatie verso «La critica politica» di Zuccarini, «L’Unità» di Salvemini e «La Rivoluzione liberale» di Gobetti, in quanto espressioni di una tendenza positivista. E aggiungo «L’Ordine Nuovo» rivista11. 

Su questa impostazione berneriana, sia all’epoca in cui veniva resa esplicita, sia oggi, la discussione storico-interpretativa è stata ed è tuttora ricca e vivace12. D’altro canto, le riflessioni che il lodigiano ha sviluppato pongono, come si evince chiaramente dai brani riportati in questa antologia, molte osservazioni e sollevano tante domande sul senso e il ruolo di un rinnovato anarchismo. È però indispensabile tenere presente che mentre sviluppava le sue considerazioni egli si trovava a vivere un’esistenza travagliata dall’esilio di antifascista, tra espulsioni e persecuzioni subite in diversi contesti europei, e nel vivo di quell’epopea unica, ma drammaticamente complessa, che è stata la rivoluzione spagnola del 1936. Berneri oltre che doversi preoccupare di salvaguardare la propria vita dalla repressione poliziesca, ha dovuto affrontare una continua discussione con altri esponenti del movimento anarchico internazionale che non condividevano le sue opinioni e le sue prese di posizione talvolta decisamente eretiche13. Come ha scritto lucidamente Giampietro Berti: 

In lui si incarna un’inquieta, persistente e impertinente domanda posta al cuore e al cervello del movimento anarchico italiano e internazionale. Qual è il ruolo dell’anarchismo dopo la vittoriosa rivoluzione di ottobre? Che posizione devono prendere gli anarchici di fronte all’avvento dei regimi totalitari? Ha ancora senso il rifiuto categorico della dialettica politica dopo i decenni infruttuosi dell’attesa rivoluzionaria? È vero che l’anarchismo muore se si media con l’esistente? Gli schemi sociologici del vecchio patrimonio scientifico sono capaci di rispondere alle domande poste dal mutamento strutturale avviato dai nuovi assetti socioeconomici? L’anarchismo, per essere tale, deve rimanere ancorato a un orizzonte filosoficamente materialistico? Cosa significa essere anarchici dopo la svolta epocale della psicoanalisi? Cos’è l’anarchismo, oltre a essere un’ideologia politica14?

Berneri ha sollevato effettivamente tutte queste questioni cercando di interrogare i vari temi, senza ovviamente rispondervi in maniera esaustiva. Ma il suo grande merito è stato proprio quello di porre le domande cruciali alle quali non può, e non deve, esservi risposta definitiva e assoluta, proprio come suggerisce il suo atteggiamento interrogante e non declamatorio15. «Bisogna che l’anarchismo precisi, fisse restando le grandi linee tendenziali e le finalità ultime, i mezzi e i metodi del suo divenire come ordine nuovo»16: così scrive nel 1936 nel pieno svolgersi di una rivoluzione egualitaria e libertaria in Spagna. Queste affermazioni si configurano come un monito rivolto ai militanti che, mentre combattono per la vita e per la costruzione di una collettività diversa, si trovano di fronte a problematiche ampie e variegate che coinvolgono l’intero progetto di costruzione di una nuova e libera società. La sua convinzione è che non possa esistere una società in cui ci sia l’armonia assoluta, ma in cui prevalga la tolleranza sì; in altre parole, egli è consapevole che la rivoluzione anarchica è irrealizzabile, ma è concreta e fattibile una trasformazione, anche radicale, libertariamente orientata. L’accento è quindi posto sul mutamento in divenire, vale a dire sulla fattibilità di realizzare istituzioni sociali in grado di rispondere in modo più autonomo e libero ai bisogni della società e dell’individuo17. Nel valorizzare quella che oggi potremmo chiamare «società civile», l’intento di Berneri appare quello di recuperare il senso più profondo e originale della politica. Società politica e società civile devono integrarsi fino, progressivamente, a coincidere. Ma proprio perché la realtà è complessa e plurale – tant’è che Berneri pensa a una società aperta e in continua evoluzione – non è pensabile né desiderabile che al suo interno prevalga un unico indirizzo economico. Al contrario occorre, seguendo gli insegnamenti di Pëtr Kropotkin, sviluppare una reale integrazione tra città e campagna, tra lavoro manuale e intellettuale18. 
L’approccio di Berneri all’agire sociale in senso libertario è decisamente originale e per lo più in controtendenza con quello di un movimento anarchico troppo spesso legato a una concezione tradizionale di rivoluzione. Il suo sguardo critico nei confronti di un’idea di cambiamento inteso come evento catartico, risolutore e liberatore, tocca dal di dentro alcune corde tradizionaliste e massimaliste presenti in una parte consistente del rivoluzionarismo anche di matrice anarchica. La sua riflessione è orientata a stimolare un agire politico sulla base di analisi del presente, del qui e ora. In questo consiste il suo anarchismo «attualista», che si contrappone a un certo tipo di anarchismo utopista. Come ribadisce in una lettera del 15 novembre 1929, è per lui essenziale che gli anarchici siano «qualche cosa di meglio degli eterni chiacchieroni ipercritici e utopisti»19. Scrive ancora, con profonda partecipazione emotiva: «Essere con il popolo è facile se si tratta di gridare: ‘Viva! Abbasso! Avanti! Viva la rivoluzione!’. O se si tratta semplicemente di battersi. Ma arriva il momento in cui tutti domandano: ‘Cosa facciamo?’. Bisogna avere una risposta. Non per far da capi, ma perché la folla non se li crei»20. In queste poche parole si potrebbe condensare l’interrogativo di fondo che muove il suo ragionamento. Berneri capisce tre cose in maniera drammatica ma essenziale, alle quali cerca di dare una risposta nel corso della sua vasta produzione letteraria. Prima cosa: ogni cambiamento in senso profondamente libertario deve passare attraverso un sovvertimento dell’immaginario sociale dominante, e in questo starebbe la parte di negazione (del dominio) propria del pensiero anarchico; secondo cosa altrettanto importante: la formazione di élite rivoluzionarie può portare, come dimostrano gli eventi storici, a una psicologia di massa di tipo gregaristico e quindi alla comparsa di capi e dittatori vari21; terza cosa: è indispensabile, per evitare queste degenerazioni autoritarie intrinsecamente coerenti a una certa visione rivoluzionaria, produrre fin da subito forme e relazioni sociali nei vari ambiti della vita quotidiana che, seppur contraddittoriamente, in qualche modo prefigurino un diverso e libertario stare assieme in società. Infatti, «amare l’umanità è più facile che amare il nostro simile, con i suoi difetti e con gli obblighi di prova di affetti che esso ci impone. Sognare le grandi cose è più comodo che fare le tante piccole cose, che pur richiederebbero quello spirito di sacrificio, quella volontà che ci illudiamo di possedere per le grandi»22. Questa consapevolezza circa le necessità che deve affrontare un anarchismo all’altezza delle sfide che gli vengono poste in maniera drammatica dalla sua epoca, ma che sono altrettanto cogenti oggi, Berneri l’ha ben presente quando scrive: 

Una delle prime cose che dovranno fare perciò gli anarchici in seno alla rivoluzione, sarà l’organizzazione del lavoro libero e volontario. Fin da oggi, senza preoccuparsi se la rivoluzione sia vicina o lontana, bisogna compenetrarsi in questa necessità. Occorre nel medesimo tempo […] elaborare, basandosi sugli elementi disponibili nella società attuale e senza cullarsi nella speranza di miracoli, quelle forme di organizzazione libertaria che permettono di continuare a produrre il necessario alla vita, durante e dopo la rivoluzione. Quanto più si sarà pensato prima al da farsi, tanto meno difficile sarà poi di provvedervi in pratica23.

Pertanto è indispensabile e non rinviabile adottare una postura diversa che stimoli la società, qui e ora, a sperimentare forme e modi diversi di realizzare il cambiamento. È cioè indispensabile assumere una visione e un approccio propositivo e positivo che impedisca all’anarchismo di rinchiudersi nella sola parte negativa, la parte destruens.
Consapevole e attento a queste problematiche, Berneri cerca di proporre elementi di riflessione e di critica, anche spietata e radicale, che possano far uscire il movimento anarchico dalla marginalità della storia, dall’insignificanza e dall’isolamento improduttivo e velleitario. Alla prova dei fatti, cerca di ridare all’anarchismo una nuova e credibile fisionomia, di fronte alle tante complicate e complesse questioni dell’epoca in cui vive la sua militanza, attirandosi inevitabilmente critiche talora feroci dal suo stesso ambito politico. Non rifugge però dalla preoccupazione, costantemente espressa, di salvaguardare quelle istanze irrinunciabili per un movimento come quello libertario, il cui scopo è l’emancipazione integrale delle donne e degli uomini. La ricerca di questo instabile equilibrio tra salvaguardia dei fondamenti e necessità di stare nella storia e nell’attualità, ovviamente in modo critico e radicalmente diverso, caratterizza in modo costante la discussione che i suoi interventi producono nel suo stesso milieu culturale e politico. Tale consapevolezza emerge chiaramente in queste brevi riflessioni scritte nel momento cruciale della rivoluzione spagnola: 

Mi sono sforzato di conciliare le considerazioni, aderenti alle necessità del momento storico, con delle linee di tendenza che da quelle necessità non mi sembrano divergere. Non propongo alcuna «linea retta» a piloti naviganti tra scogli a fior d’acqua e correnti impetuose. La politica ha le proprie necessità e il momento impone agli anarchici spagnoli la necessità di una «politica». Ma occorre essere all’altezza del ruolo storico che si è presunto utile assumere. E occorre anche non creare profonde soluzioni di continuità nelle linee di tendenza. Conciliare le «necessità» della guerra, la «volontà» della rivoluzione sociale e le «aspirazioni» dell’anarchismo: ecco il problema. È necessario che tale problema sia risolto24. 

Tra le tante problematiche che affronta vale la pena di sottolinearne brevemente, in questo contesto, due: il suo eclettismo elettorale e il suo agnosticismo in ambito religioso25. 
Il tema della scelta astensionista tipica della tradizione anarchica è un elemento di attualità, costantemente ripreso sia dai critici dell’anarchismo, sia dallo stesso movimento libertario. Anche in questo caso la riflessione di Berneri agita le acque nella stampa libertaria dell’epoca. In estrema sintesi, la sua posizione può essere riassunta così: l’astensionismo è una tattica o una strategia? Nel novembre del 1933 scrive: 

Dovremmo astenerci in ogni circostanza, indipendentemente dall’oggetto del voto, considerando solo il principio in sé? O, al contrario, non ci sono forse situazioni che dovrebbero indurci a modificare il nostro atteggiamento senza violare i nostri principi? 

Queste domande, cruciali per un anarchico, non spaventano affatto Berneri, che non le elude, anzi se le pone senza alcuna reticenza. Il casus belli è rappresentato dall’introduzione di leggi liberticide che i governi tentano di imporre ogni qualvolta le proteste dei lavoratori e dei cittadini mettono in discussione lo status quo. La risposta di Berneri è positiva. Pur ribadendo che l’azione diretta rappresenta la modalità più adeguata e coerente per gli anarchici, quando si è di fronte a un’evidente incapacità di organizzarla e di estenderla, di fronte a provvedimenti che inaspriscono significativamente la repressione, la partecipazione al voto è a suo avviso giustificabile. Anche se è ben consapevole che il pericolo «risiede nel concepire il voto come il mezzo più sicuro, più efficace, migliore o unico», quella non era «un’occasione qualsiasi, ma un’occasione eccezionale, dato lo scopo del voto. Si trattava di impedire l’estensione di una legge repressiva, un compito eminentemente anarchico»26. 
Questa chiara presa di posizione, come era ovvio attendersi, provoca la reazione di altri anarchici che, nelle pagine delle varie testate, replicano alle idee berneriane contestandone la coerenza con i principi anarchici. Berneri sente la necessità di spiegare ulteriormente il suo pensiero con un ultimo intervento in cui ribadisce le sue ragioni e il suo approccio pragmatico alla questione elettorale. Scrive: 

Non abbiamo mai inteso presentare il voto come un mezzo di difesa sostitutivo dei nostri metodi di lotta. Abbiamo semplicemente spiegato le ragioni della nostra posizione in un caso specifico, di natura particolare, particolarmente rilevante per la nostra propaganda: il caso delle leggi repressive […]. Era quindi importante, a nostro avviso, esprimere la massima disapprovazione possibile attraverso i mezzi immediatamente disponibili […]. È questa sconfessione, questa disapprovazione, questa repulsione mostrata verso tali attacchi alla libertà che abbiamo considerato, e non il voto in sé, come conforme ai nostri ideali libertari […]. Abbiamo semplicemente espresso il nostro disconoscimento, ritenendolo preferibile al silenzio27.

Ecco come l’anarchico lodigiano pone la questione elettorale: va fatta una scelta tattica e non strategica.
Per quanto riguarda il suo agnosticismo rispetto alla religione, preferito all’ateismo radicale più tradizionalmente assunto dall’anarchismo, Berneri giustifica e spiega la sua posizione in diverse occasioni. Per capire il senso profondo delle sue idee anche in questo ambito, è necessario menzionare che il lodigiano si rende perfettamente conto che il movimento rivoluzionario e anarchico dell’epoca è talvolta refrattario a mettere in discussione alcuni suoi elementi teorici ritenuti qualificanti la natura stessa dell’idea anarchica. Un legame rigido alle tradizioni e un certo immobilismo culturale, dettato dalle condizioni storiche ma anche da una certa pigrizia e conservatorismo, viene ritenuto dal nostro intellettuale anarchico non produttivo e soprattutto non adeguato alle sfide che la società impone anche agli anarchici stessi. Egli denuncia un certo «dilettantismo» e un’incapacità di approfondimento competente, che dovrebbe essere fondato sulla riflessione critica e lo studio concreto delle problematiche sociali. Infatti, a suo parere:

C’è tutto un mondo di bestialità che minaccia noi e quei che verranno dopo di noi […]. Dobbiamo essere noi i primi a rispondere. Dobbiamo essere noi i primi a mostrarci capaci di una disciplina culturale rivoluzionaria […]. I tempi richiedono una nostra mobilitazione culturale. Vi è il mito bolscevico da sventrare. Vi è il sistema capitalistico in stato fallimentare da anatomizzare. Vi sono i problemi della rivoluzione da discutere. Vi sono gli equivoci socialdemocratici da mandare in aria. E tante altre battaglie di idee da combattere28.

Dentro questo quadro di profonda trasformazione culturale anche il tema del superamento di un certo tipo di anticlericalismo e di ateismo deterministico assume un’importanza ritenuta da Berneri molto significativa29. Egli affronta queste tematiche, evidenziando una sua personale sensibilità spirituale, sia nella stampa anarchica, sia collaborando con riviste più direttamente dedicate a questi temi di carattere religioso, come nel caso di «Conscientia» (Roma, settimanale, 1922-1927)30. In una lettera scritta alla compagna Giovanna Caleffi31, nell’agosto del 1929, appare in modo chiaro la sua particolare idea immanentista della religione e di Dio32. La prima preoccupazione di Berneri rispetto a questi temi è quella di affermare il principio, coerente con il suo anarchismo critico, secondo il quale ogni fede e ogni manifestazione di culto è legittima e libera. Conseguentemente, la sua critica sarà rivolta a tutte quelle forme di anticlericalismo di maniera, tradizionalmente rigido e dogmatico, presente anche all’interno del movimento anarchico. Ecco perché:

L’anticlericalismo anarchico non può essere né illiberale né semplicista […]. Pur non praticando alcun culto e non professando alcuna religione, sarò nel corso della rivoluzione italiana a fianco dei cattolici, dei protestanti, degli ebrei, dei greco-ortodossi ogni qualvolta costoro rivendicheranno la libertà religiosa per tutti i culti […]. L’anticlericalismo assume troppo spesso il carattere di Inquisizione razionalista […]. Bisogna finirla con questa speculazione. Il proletariato non si nutre di curati. E i rivoluzionari socialisti sanno che la gerarchia e i privilegi della chiesa sono una cosa mentre il sentimento religioso e il culto sono un’altra cosa […]. Gli anarchici devono aver fede nella libertà33. 

Con queste convinzioni critiche rispetto sia al clericalismo chiesastico che all’anticlericalismo dogmatico, Berneri rivendica il suo agnosticismo e lo mette in relazione all’ateismo. Scrive lucidamente: «L’agnostico appunto perché agnostico non giudica l’ateo un fanatico perché ateo bensì può giudicare fanatico un ateo che combatte l’idea di Dio con tutto il fervore del convinto. L’agnostico non nega né afferma Dio, quindi non dà ragione né all’ateo né al teista». Ecco perché, a suo dire, l’ateo non è necessariamente un fanatico, ma lo diviene «ogni qualvolta vuole dimostrare con pretese prove l’inesistenza di un ente la cui esistenza o inesistenza non è sostenibile che in sede di pura metafisica»34. L’atteggiamento del lodigiano nei confronti della religione è originale e diverso da quello tradizionalmente espresso dal movimento anarchico (soprattutto in Spagna in quegli anni) in quanto tende a rispettare e valorizzare una certa sensibilità religiosa (meglio potremmo dire: spirituale) che, a suo modo di vedere, non contrasta affatto con il pensiero anarchico rivisto e attualizzato da lui stesso. Berneri, proprio in questo frangente, mette in relazione la sua posizione di agnostico in termini religiosi con il suo atteggiamento filosofico di fondo fondato, come abbiamo visto, su una propria concezione epistemologica che si riverbera anche nella sua critica al tradizionalismo anarchico35.


Federalismo, comunalismo, attualismo 

L’apostolo profeta scrive pagine che non muoiono. Va al di là del suo tempo, parla a tutti gli uomini della terra. È vincitore perché è stato vinto. Non è l’uomo politico ma è l’uomo della polis: l’uomo che vive ma è pronto a morire per essa. Non è Alcibiade ma Socrate. Egli lavora nel presente, ma pensa all’avvenire; vede i cittadini ma non dimentica l’uomo; è il tribuno ma non il retore36.

Il significato dell’azione politica è proprio qui: Berneri rivendica la necessità di occuparsi concretamente della polis, quindi di fare politica, naturalmente con una dimensione fortemente libertaria. Questo atteggiamento lo conduce a spingere il proprio pensiero verso un anarchismo propositivo e positivo, a stimolare una ricerca e un approfondimento, una sperimentazione e una progettazione, che siano orientati in senso libertario. Conseguentemente a queste scelte, il suo pensiero e le sue riflessioni sono indirizzati verso la proposta di un’organizzazione sociale fondata sul federalismo e sul comunalismo, ritenendo queste due opzioni indispensabili per far uscire l’anarchismo dalla marginalità della storia, dall’insignificanza, dalla mera opera distruttiva. Da questo punto di vista, sulla scia di una tradizione storica presente all’interno di molti classici del pensiero anarchico37, Berneri rappresenta il punto più evoluto e aggiornato di un’istanza libertaria indispensabile per rispondere, nel qui e ora, alle domande che vengono poste ogni qualvolta si propone di cambiare radicalmente una determinata organizzazione sociale. Rendendosi conto della complessità del suo progetto politico, delle oggettive difficoltà storiche e culturali, della situazione politica europea preda dei totalitarismi, il lodigiano intraprende un serio e approfondito confronto su questi temi con le tradizioni culturali e politiche del socialismo liberale e del repubblicanesimo sociale, tentando di innervare la sua prospettiva anarchica con queste tradizioni libertarie, tragicamente avversate e represse sia dal fascismo sia dal comunismo. Scrive tra il 1925 e il 1926:

Noi sappiamo che se le rivoluzioni determinano nuovi corsi della tradizione e tali corsi assicurano con un nuovo ordine sociale, vi è nell’umanità un complesso di forze ideologiche e sentimentali che solo un processo spontaneo e continuo può evolvere. Il presente è carico del passato e pregno dell’avvenire, diceva Leibniz. Trovare nel presente tutto quello che può spingere il mondo verso l’avvenire, vuol dire conciliare, non in un passivo adattamento, ma in una sintesi intelligente e volitiva, la tradizione con l’Ideale, la realtà storica con la nostra volontà di storia. Questo gradualismo costituisce, in fondo, l’essenza dell’anarchismo; che è il liberalismo rivoluzionario38.

Potremmo allora affermare che, così come abbiamo comparato in precedenza l’atteggiamento di Berneri a quello di Landauer, sul significato di una politica libertaria è possibile comparare le riflessioni del lodigiano a quelle di Murray Bookchin e alle sue teorie e pratiche contemporanee di municipalismo libertario39. I brani proposti in questa antologia a questo proposito rappresentano una grande varietà di stimoli e di riflessioni particolarmente utili e indispensabili per riflettere in questi tempi di così difficile situazione globale. Il fallimento ormai conclamato dell’idea di Stato-nazione, l’insufficienza e la falsità di certe forme di sbandierato federalismo, l’accentramento continuo e incessante del potere politico ed economico, l’illusione fallace di un certo tipo di decentramento amministrativo, l’inesistenza di una vera e profonda partecipazione dei cittadini alla scelta politica, il conflitto globale che premia i nazionalismi, le autocrazie, le élite finanziarie, ecc., tutto ciò ripropone in maniera drammatica e urgente la necessità di ripensare in senso federalista l’organizzazione sociale internazionale. Si tratta, come si evince chiaramente dalle riflessioni di Berneri, di un federalismo e di un municipalismo integrale, inteso cioè non solo come organizzazione giuridica della società ma, soprattutto, come una radicale alternativa alla gestione partecipata e condivisa della società in tutti gli ambiti della vita comunitaria. Il lodigiano sembra aver trovato in queste idee la proposta più completa ed esaustiva che, a suo parere, il pensiero libertario possa mettere in campo per rispondere concretamente alle sfide, globali e locali, che le società gli hanno posto40. Questa scelta federalista si incentra attorno alla pratica dell’autonomia, alla possibilità effettiva e concreta di ogni mutamento desiderabile, alla concezione di una libertà solidale: concetti chiave della sua proposta politica di democrazia diretta. Nel 1925 scrive un opuscolo sull’idea federalista di Kropotkin41 partendo dalle riflessioni che l’anarchico russo fa rispetto alla sua esperienza di geografo nelle regioni asiatiche della Russia42. Questa scelta vuole sottolineare come, citando proprio l’esperienza del suo compagno scienziato oltreché militante, il suo federalismo nasca non tanto (solo) da una scelta teorica, ma si sostanzia proprio in quanto è palesemente una necessaria opzione fondata sulla riflessione sincera e onesta della realtà. Così come Kropotkin fa nelle sue opere, anche Berneri lega strettamente la sua proposta a situazioni concrete e reali che dimostrano chiaramente come lo Stato accentrato sia la risposta peggiore che è possibile dare ai problemi locali e globali. Lo Stato è un organismo incapace di accogliere e di soddisfare le esigenze variegate e plurali che le comunità esprimono proprio perché, per definizione, è la forma più potente di dominio e di accentramento, negando così la molteplicità e la varietà che le società esprimono. L’accentramento politico determina in modo irreversibile il soffocamento di ogni autonoma e libera espressione della molteplicità sociale. Questo avviene, sottolinea Berneri parafrasando Kropotkin, a prescindere dalle singole volontà degli amministratori, ma in virtù dell’esistenza dello Stato stesso e dei meccanismi di dominio che esso innesca. Accanto a questo imperversare del dominio statale, nonostante tutto questo apparato di sorveglianza e repressione del dissenso, all’interno delle società fioriscono esempi ed esperienze di autorganizzazione e di autogestione, che dimostrano proprio la vitalità di uomini e donne nell’organizzare la propria esistenza, secondo parametri di mutuo appoggio e di autonomia decisionale. Il concretismo radicale di Berneri, attraverso la sua riflessione sul federalismo kropotkiniano, testimonia la sua volontà, anche in questo ambito, di far uscire il pensiero anarchico dalle vacue formule ideologiche per condurlo verso l’idea di un programma concreto, propositivo, positivo di azione sociale. La sua convinzione è quella di stimolare il movimento anarchico a darsi un programma minimo che sia in grado di proporre una valorizzazione delle autonomie comunali in una logica di federalismo solidale e libertario, cercando negli interlocutori più prossimi alle istanze libertarie, degli alleati affidabili, con i quali intraprendere uno scambio aperto e proficuo di idee ed esperienze. La sua allergia alle formule astratte e fumose, proprie di una parte dell’anarchismo dell’epoca, è costantemente ribadita anche rispetto a temi come questi. La sua esortazione è rivolta a nutrire il pensiero classico, nelle sue opzioni meno obsolete, con il confronto continuo con altre tradizioni culturali, come quella socialista liberale e libertaria, per far emergere appunto soluzioni attuabili e concrete43. Questo atteggiamento trova riscontro, qualche anno dopo il lavoro su Kropotkin, in un altro opuscolo questa volta dedicato a Carlo Cattaneo44. In esso Berneri illustra il pensiero federalista di Cattaneo e della componente più radicale del repubblicanesimo sociale, rappresentata da Giuseppe Ferrari. Il suo intento non è solo di far conoscere il pensiero dello studioso milanese agli anarchici, ma di dimostrare al contempo come l’anarchismo debba necessariamente, pena la sua marginalità, attingere ad altre visioni sociali contigue e rielaborarle per cercare soluzioni pragmatiche ai problemi del vivere assieme. Sintetizzando il pensiero di Cattaneo, Berneri chiarisce bene la sostanziale differenza che c’è tra il federalismo come sistema dal basso e l’idea propria del decentramento statalista:

L’idea di decentrare l’amministrazione, nel senso di trasferire a uffici governativi periferici le funzioni degli uffici governativi centrali, non piaceva al Cattaneo, poiché riteneva che questo sistema si ridurrebbe a un semplice dislocamento della burocrazia centrale nelle province, in forma di «satrapie». Le regioni, i comuni: ecco le basi del sistema federativo del Cattaneo45.

Insomma, il tentativo berneriano appare sempre più quello di far riflettere su termini e concetti troppo spesso usati senza interrogarsi fino in fondo sulla loro veridicità e sulla loro attualità, come nel caso di governo in senso statale e amministrazione in senso federale, di autorità e libertà, di Stato e società, di rivoluzione e programma minimo, ecc., come si evince dalla lettura degli articoli proposti in questa antologia.
Nel 1935 Berneri fa però un ulteriore passo in avanti, del tutto originale tra le file dell’anarchismo, quando lavora alla redazione di una vera e propria proposta concreta di patto associativo su cui edificare una rinnovata società46. Si era già occupato di questo tema in un articolo apparso ne «L’Adunata dei refrattari» nel 1932, nel quale riprendeva alcune considerazioni di Errico Malatesta a tal proposito47. In questo intervento, per la prima volta, egli immagina come necessaria l’elaborazione, in ambito libertario, di una sorta di «carta costituzionale» astatale, al fine di garantire le basi condivise di un’organizzazione sociale federalista che valorizzi le specificità e le autonomie mantenendo una dimensione fortemente solidarista fondata sul mutuo appoggio. Pur recependo le critiche mosse da Malatesta all’idea di costituzione, proprio perché pensata e promossa dentro una logica comunque statocentrica, Berneri, riferendosi alle definizioni date a questo proposito da Gaetano Salvemini, cerca di sottolineare come sia il metodo, il processo, l’approccio a qualificare in senso libertario, e non statalista, l’ipotesi di una carta fondamentale dei diritti e dei doveri di una società così pensata48. Gli anarchici dovrebbero quindi opporsi a una costituente statalista, ma partecipare a questo processo dal basso, così da caratterizzare e valorizzare in senso libertario questo processo partecipativo «plebiscitario». Se una tale costituzione fosse effettivamente inserita in un processo di radicale mutamento della società in senso libertario ed egualitario, allora dovrebbe inevitabilmente vedere gli anarchici impegnati nella sua realizzazione, in dialogo e nel confronto con le altre istanze e opzioni politiche contigue. Berneri ha ben presente che anche una nuova organizzazione sociale dovrà avere dei principi fondativi, ovviamente diversi da quelli autoritari e gerarchici, ma non per questo meno chiari e definiti. E infatti, come si evince da questa antologia, ha non solo più volte criticato lo spontaneismo e il «dilettantismo culturale», ma ha anche ribadito la necessità di definire regole e concetti come autorità e libertà, nel segno del suo concretismo rivoluzionario. 
Questa opera di chiarezza la si trova anche nei suoi ragionamenti sul significato dei soviet, sulla loro natura libertaria e sulla degenerazione autoritaria di queste realtà operata dai bolscevichi49. Il nemico da contrastare è lo Stato in quanto organizzazione gerarchica e di dominio sulle comunità, è l’accentramento in tutte le sue forme rigide e irreversibili, è la burocrazia divenuta potere incontrollato e incontrollabile, anche quando queste forme sociali si presentano all’interno di regimi falsamente democratici ma in realtà ingannevoli50. In questo quadro va letta e analizzata la Costituzione della Federazione italiana dei comuni socialisti, frutto di un convegno degli anarchici italiani emigrati in Europa, svoltosi a Parigi nell’ottobre del 193551. La costituzione berneriana è palesemente pensata e scritta anche per favorire il confronto con Giustizia e libertà (GL) e con le altre anime libertarie dell’opposizione al fascismo e al totalitarismo. Ma rappresenta anche il culmine di questa idea di programma minimo che il lodigiano persegue costantemente, con il fine di rendere «rispettabili» le idee anarchiche e tradurle il più possibile in ipotesi concrete e aperte a un confronto vero e sincero con le altre forze politiche contigue. Nella Costituzione troviamo elencati e dettagliati ben ottantadue articoli (più altri quindici riferiti a «la Federazione comunalista italiana»), suddivisi in disposizioni generali, basi costituzionali, nazionalità, diritti e doveri, garanzie individuali e politiche, famiglia, questione sessuale, istruzione, economia, lavoro, organi esecutivi e rappresentativi, finanza pubblica, garanzie e riforma della costituzione. Insomma, una vera e propria «carta associativa» che, per certi aspetti, è contigua a un’organizzazione ancora statale, anche se nella prospettiva più radicalmente alternativa. 
Berneri tenta infatti di coniugare, non senza punti da precisare, il pensiero e le proposte federaliste classiche con le proprie istanze decisamente libertarie. Al centro del documento è comunque posto il ruolo del comune, struttura indispensabile e alla base del pensiero federalista berneriano, luogo e spazio principe di un’organizzazione amministrativa autenticamente democratica e partecipativa. Si tratta di un’idea di comune come comunità autogestita, che interessa la gestione integrale della vita sociale, e non come organo di mera esecuzione burocratica delle disposizioni statali. L’idea comunque di un federalismo integrale, vale a dire che interessa tutti gli ambiti della vita sociale, compare ripetutamente nella declinazione dei vari articoli che compongono questa carta. Già nell’articolo 3 si dichiara esplicitamente che «la proprietà dei mezzi di produzione è soppressa de jure, ma è tollerato lo jus utendi senza sfruttamento del lavoro altrui»; e nel successivo articolo si afferma che «il comune è il basilare organo amministrativo della socializzazione». La sovranità, il potere decisionale, spetta alle assemblee comunali, regionali, nazionali che decidono in forma diretta e generale (art. 5); si afferma che ogni religione è tollerata ma sono soppressi i privilegi ecclesiastici (art. 6); la federazione non ha una capitale bensì varie capitali corrispondenti alle varie sfere della sua attività economica, ed è infine neutrale e disarmata (art. 8). La delega è vincolante e revocabile e gli organi esecutivi sono sempre sotto il diretto controllo delle varie assemblee dei cittadini (articoli dal 64 al 74)52. 
Questa Costituzione rappresenta il punto più evoluto del pensiero berneriano rispetto al rinnovamento dell’anarchismo, alla sua idea di «programma minimo», alla necessità di un pensiero anarchico «attualista» e propositivo. Si tratta di un documento aperto, frutto di inevitabili compromessi e approfondimenti, in dialogo con altre culture politiche comunque aperte e in qualche modo libertarie. In questo importante documento sono evidenti tanti elementi di discontinuità con l’approccio classico dell’anarchismo. Berneri ne è consapevole, ma è altresì convinto che questa apertura sia indispensabile per nutrire il pensiero anarchico di suggestioni e contenuti di diversa matrice culturale, senza avere il timore di mettere a repentaglio una certa ortodossia e una rigidità. D’altronde, come abbiamo visto, è un anarchico sui generis, un socialista libertario immerso nella convulsa pratica dei tempi, fortemente orientato in senso progettuale, nutrito dal pensiero più originale e propositivo dei classici dell’anarchismo. Ma pur avendo caratteristiche così eterodosse e la postura interrogante e critica dell’intellettuale scomodo ed eretico, il suo federalismo, benché arricchito da altre suggestioni e riflessioni, rimane comunque fortemente ancorato alla tradizione di Pierre-Joseph Proudhon e di Kropotkin53. 
Tutte queste idee, queste riflessioni, queste problematizzazioni si concretizzeranno in un banco di prova tragico ed epico allo stesso tempo: la rivoluzione spagnola, la rivoluzione libertaria più concreta e storica che ha visto gli anarchici come protagonisti indiscussi. Le realizzazioni libertarie succedutesi in tutti gli ambiti della vita sociale della Spagna a partire soprattutto dal luglio 1936, poi represse nel sangue a causa della vittoria del franchismo e del tradimento assassino dei comunisti agli ordini di Stalin, costituiscono una pagina indelebile della storia dei movimenti di emancipazione dei popoli. Alla prova dei fatti – e Berneri ne è ben consapevole – l’anarchismo è chiamato a dare le risposte libertarie al processo di trasformazione sociale antiautoritario: «È in Spagna che l’anarchismo avrà il collaudo delle sue capacità costruttive. È la Federazione iberica dei comuni libertari che sarà la pietra basilare della rinascita europea»54. La sua tragica fine, assassinato dai comunisti a Barcellona nel maggio 1937, gli impedirà di proseguire un lavoro straordinario e fecondo di riflessione critica nel segno di quell’anarchismo positivo e propositivo che andava perseguendo.


Note all’Introduzione

1. Camillo Berneri, Lettera a Libero Battistelli, in Epistolario inedito, Edizioni dell’Archivio Famiglia Berneri, Pistoia, 1980, vol. I, pp. 18-19.
2. Innanzitutto va ricordata l’imprescindibile attività di documentazione e di stampa delle opere di Berneri portata avanti negli anni dall’Archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa (prima da Aurelio poi da Fiamma Chessa), inclusa la conservazione di una straordinaria collezione di scritti editi e inediti del lodigiano. Anche diversi convegni e studi hanno nel tempo documentato e approfondito la vita e il pensiero di Berneri. Fra questi ricordiamo: Camillo Berneri, Pietrogrado 1917 Barcellona 1937, a cura di Pier Carlo Masini e Alberto Storti, Sugar, Milano, 1964; aa.vv., Atti del convegno di studi su Camillo Berneri – Milano 9 ottobre 1977, La Cooperativa Tipolitografica Editrice, Carrara, 1979; Francisco Madrid Santos, Camillo Berneri, Archivio Famiglia Berneri, Pistoia, 1985; aa.vv., Camillo Berneri nel cinquantesimo della morte, Archivio Famiglia Berneri, Pistoia, 1986; aa.vv., Camillo Berneri singolare/plurale, Biblioteca Panizzi / Archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa, Reggio Emilia, 2005; Camillo Berneri, Scritti scelti, Zero in condotta, Milano, 2007; AA.VV., Un libertario in Europa. Camillo Berneri: fra totalitarismi e democrazia, Biblioteca Panizzi / Archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa, Reggio Emilia, 2010.
3. Rinvio ad alcuni lavori indispensabili per approfondire in modo più completo e ampio gran parte delle problematiche affrontate da Berneri. Mi riferisco, in particolare, a questi studi: Giampietro N. Berti, Il pensiero anarchico dal Settecento al Novecento, Lacaita, Manduria-Bari-Roma, 1998, pp. 857-903; Camillo Berneri, Anarchia e società aperta, a cura di Pietro Adamo, M&B Publishing, Milano, 2001; Stefano D’Errico, Anarchismo e politica, Mimesis, Milano, 2007; Carlo De Maria, Camillo Berneri. Tra anarchismo e liberalismo, FrancoAngeli, Milano, 2004. A questi quattro autori va riconosciuto il gran merito di aver portato alla luce, con le loro ricerche, una quantità notevole di articoli e documenti di Berneri senza i quali questa antologia non avrebbe potuto essere redatta. Per un’esaustiva bibliografia dei suoi scritti vedi Madrid Santos, Camillo Berneri, cit., pp. 408-537; D’Errico, Anarchismo e politica, cit., pp. 713-734.
4. Proprio perché Berneri si è occupato di una gran quantità di temi, è impossibile qui dare conto di tutti questi argomenti. Tra questa varietà va però sottolineato che, solo per ragioni di spazio, non vengono qui affrontati aspetti contigui a quelli invece sviluppati, come la sua critica al bolscevismo e al marxismo, all’individualismo anarchico, al mito di una presunta cultura operaia, al fascismo e a un certo antifascismo, o come la sua concezione epistemologica, filosofica e pedagogica, Per un approfondimento di questi aspetti del pensiero berneriano rinvio alla bibliografia contenuta nella nota 3. Segnalo però in particolare Camillo Berneri, L’operaiolatria, Gruppo d’Edizioni Libertarie, Brest, 1934. Va inoltre evidenziato che alcune sue riflessioni relative alla questione della donna (per esempio) risultano particolarmente discutibili e non condivisibili, tanto da non essere spendibili, a mio parere, in un attuale progetto di emancipazione sociale.
5. Camillo Berneri, Lettera a Niccolò Converti, 1934, in Epistolario inedito, Edizioni dell’Archivio Famiglia Berneri, Pistoia, 1984, vol. II, p. 96.
6. Sulla figura di Landauer vedi Gianfranco Ragona, Gustav Landauer. Anarchico ebreo tedesco, Editori Riuniti, Roma, 2010; Anatole Lucet, Communauté et révolution chez Gustav Landauer, Klincksieck, Paris, 2023; AA.VV., Gustav Landauer un anarchiste de l’envers, Éditions de l’éclat, Paris, 2018.
7. Cfr. Camillo Berneri, Lettera a Luigi Fabbri, settembre 1929, in Id., Pensieri e battaglie, Comitato Camillo Berneri, Parigi, 1938, pp. 89-91 [infra pp. 64-68].
8. Per queste relazioni e influenze reciproche, oltre ai testi già sopra citati (note 2 e 3), vedi Enzo Di Brango, Un’insolente eresia. Salvemini e gli anarchici: le convergenze della diversità, Nova Delphi, Roma, 2023; Camillo Berneri e Carlo Rosselli, Contro lo Stato. Articoli (1935-36), a cura di Enzo Di Brango, Nova Delphi, Roma, 2021; Camillo Berneri e Carlo Rosselli, Guerra o rivoluzione, a cura di Enzo Di Brango, Nova Delphi, Roma, 2025. In una lettera a Libero Battistelli, a proposito delle alleanze politiche contro il fascismo e per una rivoluzione sociale, scriveva nel 1929: «Il mio sogno sarebbe (dico sarebbe perché mi pare un mito) una concentrazione di socialisti, anarchici e repubblicani sui generis. Escludo i comunisti, assolutamente», citato in Carlo De Maria, Una famiglia anarchica, Viella, Roma, 2019, p. 105.
9. Camillo Berneri, La socializzazione, «Pensiero e volontà», Roma, 1° settembre 1924.
10. Cfr. Giampietro N. Berti, Il revisionismo di Berneri nella storia dell’anarchismo italiano, in AA.VV., Camillo Berneri. Singolare/plurale, cit., pp. 15-24.
11. Camillo Berneri, Del diritto alla critica, «L’Adunata dei refrattari», New York, 2 luglio 1932.
12. Le opinioni e la discussione su questi aspetti del pensiero di Berneri sono facilmente identificabili all’interno della bibliografia fin qui citata. In particolare, tra i più recenti, segnalo i contributi di Giampietro N. Berti, Pietro Adamo, Stefano D’Errico, Carlo De Maria, Claudio Venza, Giovanbattista Carrozza, Francisco Madrid Santos. Prima di loro vanno ricordati soprattutto Gino Cerrito e Pier Carlo Masini. Ovviamente altri aspetti più squisitamente biografici e riferiti a questioni più specifiche del percorso intellettuale di Berneri hanno interessato altri autori che sono comunque citati all’interno dei volumi già ricordati nella nota 2.
13. Si può avere un’ulteriore testimonianza di queste difficoltà oggettive che hanno condizionato anche la vita familiare di Berneri nel testo di De Maria, Una famiglia anarchica, cit.
14. Giampietro N. Berti, Un’idea esagerata di libertà, elèuthera, Milano, 2015, p. 164.
15. Scrive a questo proposito: «Il problemismo salveminiano, il filosofare politico di Gobetti, l’onesto e limpido ragionare di Malatesta e Fabbri, la scrupolosità di erudito di Tasca, mi hanno sempre confermato nella preferenza per la conferenza preparata e per la discussione che non sia un torneo oratorio bensì dibattito di idee, e nella mia ripugnanza verso i discorsi altisonanti e nulladicenti», in Camillo Berneri, Della demagogia oratoria (II), «L’Adunata dei refrattari», New York, 7 marzo 1936. Inoltre: «I demagoghi sono di tutti i tempi e di tutti i colori. È la demagogia alla quale va schiacciata la testa», in Berneri, Pensieri e battaglie, cit., p. 114. Vedi anche nel medesimo testo pp. 118-132.
16. Camillo Berneri, Il lavoro attraente, «L’Adunata dei refrattari», New York, settembre-novembre 1936.
17. Questa visione gradualista e originale trova riscontro in alcune riflessioni di Pëtr Alekseevič Kropotkin e in una nuova concezione dell’anarchismo riconducibile soprattutto ad autori come Paul Goodman e Colin Ward. A tal proposito vedi, per un’introduzione essenziale a questi pensatori nella loro sensibilità propositiva, Pëtr Kropotkin, Agite voi stessi. Scritti scelti rari e inediti, a cura di Francesco Codello, La Baronata, Lugano, 2021; Paul Goodman, Individuo e comunità, scritti politici a cura di Pietro Adamo, elèuthera, Milano, 2014; Colin Ward, Anarchia come organizzazione, elèuthera, Milano, 2019.
18. Cfr. Camillo Berneri, La socializzazione, «Pensiero e volontà», Roma, 1° settembre 1924; C. Da Lodi (Camillo Berneri), I problemi della produzione comunista, «Volontà», Ancona, 1° luglio 1920; Id., I problemi della rivoluzione. I rapporti tra le città e le campagne, «Volontà», Ancona, 1° dicembre 1919.
19. Lettera a S. Spada, 15 novembre 1929, citata in De Maria, Una famiglia anarchica, cit., p. 204.
20. Camillo Berneri, In margine alla Piattaforma, «Lotta umana», Parigi, 3 dicembre 1927.
21. Emblematici, a questo proposito, alcuni suoi studi e saggi sulla psicologia di massa, su Mussolini, sul totalitarismo, tra cui: Mussolini grande attore, Edizioni dell’Archivio Famiglia Berneri, Pistoia, 1983; Mussolini «normalizzatore» e il delirio razzista, Edizioni dell’Archivio Famiglia Berneri, Pistoia, 1986; Gli eroi guerreschi come grandi criminali, Edizioni dell’Archivio Famiglia Berneri, Pistoia, 1987; Mussolini alla conquista delle Baleari, Galzerano, Casalvelino Scalo, 2022.
22. Camillo Berneri, Interpretazioni di contemporanei, RL, Pistoia, 1972, p. 78.
23. Berneri, Il lavoro attraente, cit.
24. Camillo Berneri, Una svolta pericolosa: attenzione!, «Guerra di classe», Barcellona, 5 novembre 1936.
25. Un’analisi puntuale e ampia delle tante e variegate questioni che qui non è possibile trattare è documentata, particolarmente, in due opere indispensabili per avere una visione ampia di tutto ciò: D’Errico, Anarchismo e politica, cit.; Berneri, Anarchia e società aperta, cit., in particolare l’introduzione di Pietro Adamo.
26. Camillo Berneri, À propos d’un vote, «Le Réveil anarchiste», Genève, 4 novembre 1933.
27. Camillo Berneri, Précisions, «Le Réveil anarchiste», Genève, 2 dicembre 1933. Sul medesimo tema vedi anche Camillo Berneri, Astensionismo e anarchismo, «L’Adunata dei refrattari», New York, 25 aprile 1936.
28. Camillo Berneri, Il dilettantismo culturale, «L’Adunata dei refrattari», New York, 6 agosto 1932 [infra pp. 69-74].
29. Berneri si è occupato di religione in diversi articoli e saggi, tra cui: Morale e religione, Edizioni di Fede, Roma, s.d. [1925]; Il peccato originale, Edizioni dell’Archivio Famiglia Berneri, Pistoia, 1982; Il cristianesimo e il lavoro, RL, Genova, 1965; Dio, La Fiaccola, Ragusa, 1964; La politica della chiesa, La Fiaccola, Ragusa, 1962; Il credo, La Fiaccola, Ragusa, 1962; Delitto e superstizione e il culto dei santi, La Fiaccola, Ragusa, 1963. Per un ulteriore approfondimento vedi anche D’Errico, Anarchismo e politica, cit., pp. 214-222.
30. Per un elenco degli articoli scritti da Berneri nella rivista vedi Madrid Santos, Camillo Berneri, cit., pp. 428-429.
31. Sulla figura di Giovanna Caleffi Berneri vedi in particolare AA.VV., Giovanna Caleffi Berneri e la cultura eretica di sinistra nel secondo dopoguerra, Biblioteca Panizzi / Archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa, Reggio Emilia, 2012; Carlo De Maria (a cura di), Giovanna Caleffi Berneri. Un seme sotto la neve, Biblioteca Panizzi / Archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa, Reggio Emilia, 2010.
32. Scrive Berneri in una lettera a Giovanna Caleffi Berneri nell’agosto del 1929: «Sere fa mi sono addormentato pensando a Dio, che non è in cielo ma è in noi […]. Ogni volta che diciamo la verità, che facciamo un’opera buona, che facciamo giustizia, che guardiamo le stelle con commozione, che godiamo del piacere altrui, che perdoniamo: ognuna di queste volte noi contribuiamo a far rivivere sempre più Dio. Se Dio muore in noi, non siamo più che carne e nervi e sangue, chiusi nel nostro egoismo […]. Dio si rivela così, quando non lo preghiamo, non lo pensiamo, ma quando lo vogliamo […]. Questo anteporre, questo sovrapporre noi a noi, è religione. E Dio non scende in noi, allora, ma si accresce in noi», in Berneri, Pensieri e battaglie, cit., p. 78. Vedi anche Berneri, La prima comunione, in Id., Pensieri e battaglie, cit., pp. 101-104.
33. Camillo Berneri, Anarchismo e anticlericalismo, «L’Adunata dei refrattari», New York, 18 gennaio 1936. Vedi anche il suo articolo L’ateismo di propaganda, «L’Adunata dei refrattari», New York, 7 marzo 1936. Qui scrive: «Libero pensatore non è l’ateo in quanto ateo, soltanto perché ateo […]. Quanti credenti, invece, hanno una maniera di pensare la più libera e la più ardita! Non è dunque la cosa che si pensa che costituisce la libertà, ma il modo con il quale la si pensa».
34. Berneri, Nota sull’agnosticismo, ora in Id., Anarchia e società aperta, cit., pp. 295-296.
35. Cfr. Adamo, Introduzione, in Berneri, Anarchia e società aperta, cit., pp. 58-62. Vedi anche D’Errico, Anarchismo e politica, cit., pp. 214-228.
36. Berneri, Mussolini grande attore, cit., p. 27.
37. Scrive a questo proposito Berneri: «Gli anarchici dovrebbero elaborare, ispirandosi a Proudhon e a Kropotkin e attingendo alla critica liberista, un programma economico che fissi i limiti e delinei i modi di una propaganda e di azione», in Camillo Berneri, Il lavoro inutile, «Germinal», Chicago, 1° marzo 1928.
38. Camillo Berneri, L’abitudine nella vita sociale, «Pensiero e volontà», Roma, 14-15 novembre 1925. 
39. Cfr. Murray Bookchin, Dall’urbanizzazione alle città, elèuthera, Milano, 2023; Id., Democrazia diretta, elèuthera, Milano, 2015.
40. Cfr. Camillo Berneri, Il federalismo libertario, a cura di Patrizio Mauti, La Fiaccola, Ragusa, 1992; Andrea Sacchetti, La costituente libertaria di Camillo Berneri, Firenze University Press, Firenze, 2019.
41. Cfr. Camillo Berneri, Un federalista russo: Pietro Kropotkin, Edizioni di Fede, Roma, 1925.
42. Cfr. Pëtr Kropotkin, Memorie di un rivoluzionario, elèuthera, Milano, 2025.
43. Esempio concreto di questo approccio lo si può trovare in Camillo Berneri, Nord e Sud, «Lotta umana», Parigi, 30 settembre e 20 ottobre 1928, citato da Sacchetti, La costituente libertaria…, cit., p. 125. Vedi inoltre Camillo Berneri, Città e campagne nella rivoluzione italiana, «Lotta umana», Parigi, 8 e 22 marzo 1928.
44. Cfr. Camillo Berneri, Carlo Cattaneo federalista, RL, Pistoia, 1970.
45. Ibid., p. 23.
46. Berneri, Costituzione della Federazione italiana comuni socialisti, in Id., Anarchia e società aperta, cit., pp. 205-215.
47. Cfr. Errico Malatesta, A proposito di Costituente, «Pensiero e volontà», Roma, 15 ottobre 1924. Vedi anche Id., Contro la Costituente come contro la dittatura, «L’Adunata dei refrattari», New York, 4 ottobre 1930.
48. Scrive a questo proposito: «Che cos’è la costituzione? Salvemini la definiva sulla sua ‘Unità’: ‘quella cosa che si riunisce in un paese quando questo paese ha mandato a spasso il governo antico e ha bisogno di costituirsi un governo nuovo’». Secondo questa definizione, la costituente sarebbe l’atto costitutivo di un governo in un paese che ne è rimasto senza; atto plebiscitario dunque, di natura statale come scopo ma di natura extra-statale, cioè interamente democratico, come processo». Cfr. L’Orso (Camillo Berneri), La Costituente, «L’Adunata dei refrattari», New York, 23 luglio 1932, citato in Sacchetti, La costituente libertaria…, cit., p. 146.
49. Cfr. Giambattista Carrozza, Il «sovietismo» di Camillo Berneri, in AA.VV., Camillo Berneri singolare/plurale, cit., pp. 45-65. Vedi anche, oltre all’articolo incluso in questa antologia [infra pp. 167-172], Camillo Berneri, Sovietismo e bolscevismo, «Umanità nova», 10 novembre 1932, e Sacchetti, La costituente libertaria…, cit., p. 154.
50. Scrive Berneri: «Il paese affidato a una burocrazia accentrata si illuderà di essere libero anche quando avrà messo accanto alla burocrazia un parlamento elettivo. Per necessità di cose il parlamento sarebbe dominato dalla burocrazia, costituentesi nello Stato in classe dominante […]. Il problema della burocrazia è insolubile fino a che non si risolve il problema dell’accentramento» (Camillo Berneri, Gli asini enciclopedici, «Germinal», Chicago, 15 giugno 1928).
51. Aurelio Chessa (a cura di), Convegno d’intesa degli anarchici italiani emigrati in Europa (Francia – Belgio – Svizzera, Parigi, ottobre 1935), Edizioni Archivio Famiglia Berneri, Pistoia, 1980. Sulle vicende di questo importante documento che sintetizza le proposte di una Costituente libertaria, vedi il commento di Pietro Adamo in Berneri, Anarchia e società aperta, cit., pp. 205-207. Vedi inoltre D’Errico, Anarchismo e politica, cit., pp. 570-582.
52. Cfr. Costituzione della Federazione…, in Berneri, Anarchia e società aperta, cit., pp. 207-215.
53. In un appunto conservato presso l’Archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa di Reggio Emilia possiamo ritrovare in estrema sintesi il suo percorso di ricerca. Il titolo è emblematico in sé: Il mio naz[ional]. An[archismo]. E a seguire: «Cattaneo, letto, citato e consigl[iato] con scandalo dei caporalucci dell’ortod[ossia] kropot[kiniana]; simpatia per il protestant[esimo]; probl[emismo] di Salv[emini]; critica liberista allo St[ato]; Gobetti – si richiama a Pareto, a Einaudi, ecc. ben più che ai liberali inglesi; Critica politica nazional-repubbl[icana]; revisionismo lib[erale]; ribel[lione] al dom[inio], la Mosca della i Int[ernazionale]; la lotta tra Maz[zini] e Bak[unin], così ben illustr[ata] da Nello Rosselli e da Max Nettlau, fu in gran parte lotta tra l’astratt[ezza] ideol[ogica] di Mazzini e il concretismo soc[iale] – Pisacane – lett[era] di Bak[unin] sulla riv[oluzione] pol[itica] al Bertani» (citato in Berneri, Anarchia e società aperta, cit., p. 78). Vedi anche Sacchetti, La costituzione libertaria…, cit., pp. 161-191.
54. Camillo Berneri, Levando l’ancora, «Guerra di classe», Barcellona, 9 ottobre 1936.