Storie di contrabbando e contrabbandieri indice e introduzione
Libro
Storie di contrabbando e contrabbandieri
Keshavarz, Khosravi
PROSSIMA USCITA
lun 30 mar 2026
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Il 22 febbraio 2021, un attacco violento e letale lungo il confine tra Iran e Pakistan ha suscitato un enorme scalpore in tutta regione. Nella zona di Askan, non lontano dalla città di Savaran, le guardie di frontiera iraniane hanno aperto il fuoco contro un gruppo di sokhtbar (portatori di benzina) baluci, uccidendone parecchi. L’aggressione si è consumata in una delle province più povere del paese, il Sīstān-Balūcistān (nel sud-est dell’Iran), abitata dal gruppo etnico dei baluci. Negli ultimi due decenni, l’aumento del prezzo della benzina in Pakistan ha infatti offerto alla gente del posto una nuova, seppur modesta, fonte di introito. I commerci transfrontalieri hanno una lunga storia nella regione, ma tendono a incrementare durante le crisi, per esempio quando la pandemia di Covid ha provocato un’impennata della disoccupazione. Nel linguaggio ufficiale, questo commercio viene inquadrato come reato di contrabbando, ma la gente del posto lo chiama sokhtbari (letteralmente, trasporto di carburante). La terminologia adottata pone un problema epistemologico con implicazioni etiche e politiche. Se il termine sokhtbari pone in evidenza l’impellenza di politiche di sostegno la cui assenza è imputabile allo Stato, il termine contrabbando segnala come quello stesso Stato si arroghi al contempo il diritto di sorvegliare e punire. A quel letale attacco sono seguiti disordini in tutta la zona. Ci sono state irruzioni nella locale stazione di polizia e in altre sedi istituzionali. Nel giro di poco, le proteste hanno coinvolto varie città della provincia, tramutandosi in vaste agitazioni etniche contro le autorità centrali. Fonti non ufficiali hanno denunciato decine di vittime e centinaia di arresti.
Come in tutti i casi analizzati in questo libro, il sokhtbari parla soprattutto di povertà ed emarginazione sociale protratte nel tempo. Nel periodo delle agitazioni era circolato uno slogan sui social: «Se dobbiamo morire con la schiuma alla bocca [per la fame], allora è meglio morire con il sangue alla bocca». Il contrabbando rende visibile la precarietà delle terre di confine. In quanto risposta a quella condizione di precarietà, non può più essere considerato semplicemente un reato, come vorrebbero le autorità statali, ma rientra nelle proteste sociali contro i diversi tipi di oppressione: disuguaglianza economica, accesso differenziato al welfare, egemonia dello Stato-nazione sui confini e sulle comunità di confine. Questi eventi dimostrano come il contrabbando si saldi a un movimento politico che esige giustizia sociale, intrecciandosi alla lotta di classe, alle rivolte etniche e alle battaglie anti-coloniali (anche all’interno di una stessa nazione). Le attività di contrabbando come il sokhtbari sono ben ancorate alle strutture sociali locali, non soltanto in senso economico ma anche sociale e culturale. I cosiddetti contrabbandieri non solo sono ammirati ma sono addirittura considerati eroi locali che rischiano la vita per mantenere le loro famiglie. Innumerevoli ballate popolari cantano le loro gesta. Il che rende «sociale» il contrabbando, cioè storicamente e socialmente articolato.
In linea con il concetto di «banditismo sociale» formulato da Eric Hobsbawm1, il nostro approccio al contrabbando lo inquadra come un fenomeno sociale diffuso, presente lungo innumerevoli confini in tutto il globo. Che i contrabbandieri vengano esaltati come eroi locali o perseguiti come delinquenti, la loro collocazione nella socialità delle terre di confine non può essere ignorata. In modo analogo, il contrabbando – in quanto attività situata e strettamente intrecciata con le condizioni storiche e geopolitiche delle terre di confine – non è osservabile con lo sguardo distaccato, semplificato e centralizzato dello Stato.
Per evitare l’approccio statocentrico, questo libro riconosce le cosiddette attività di contrabbando nel contesto delle loro storie e localizzazioni, e a partire dalla prospettiva soggettiva di chi si trova nella necessità di svolgerle per sopravvivere. Assumere lo sguardo del contrabbandiere è una mossa tattica che porta a leggere la mobilità di persone e cose in modalità che ribaltano la prospettiva statuale.
Lo sguardo dello Stato riduce infatti tutte le pratiche al di fuori della legge, come il contrabbando o il banditismo, a un’unica e semplificata modalità, ovvero l’azione criminosa. È dunque una prospettiva basata su una serie di dicotomie: legale/illegale, consentito/vietato, commercio/contrabbando. In questo modo, esternalizza le forze sociali, i processi e gli attori che non si adattano alla narrativa statuale. Per esempio, i resoconti storici mostrano come in Algeria il banditismo si sia configurato come una forma di resistenza anti-coloniale2 e come abbia svolto un ruolo centrale anche nei miti nazionalisti del moderno Stato greco durante le lotte per l’indipendenza3. In alcuni casi, per esempio in Iran nel ventesimo secolo e in Marocco nel diciannovesimo, i «fuorilegge» sono poi diventati governatori locali ufficiali4. Quanto alla pirateria, Jatin Dua evidenzia come, lungi dall’essere un anacronismo o un’aberrazione, la moderna pirateria marittima nell’oceano Indiano abbia intrecci profondi con il capitalismo e il commercio globale5. In linea con questi approcci, la presente raccolta avanza la tesi che le pratiche illegali, il banditismo, la pirateria marittima e il contrabbando siano caratteristiche immanenti dei moderni Stati-nazione.
Dal basso
Questa raccolta fa inoltre propri i tradizionali approcci della storia dal basso. Applica cioè ai confini e alla loro violazione le idee di C.L.R. James, E.P. Thompson, Peter Linebaugh, Marcus Rediker, Douglas Hay e altri6. Le ragioni per cui ha assunto questo approccio dal basso sono molteplici. In primo luogo, perché contesta i regimi di visibilità imposti dallo Stato. In altre parole, si occupa di come i soggetti, le soggettività e le attività siano stati resi visibili con un approccio dall’alto. Larga parte della ricerca accademica e politica ha infatti studiato e analizzato il contrabbando da una prospettiva statocentrica, intendendolo come un «problema» economico, sociale o politico che va diagnosticato e risolto. Il contrabbando è visto come un problema perché mina l’autorità dello Stato sulla mobilità di persone e merci, nonché la sua pretesa di essere l’organizzatore unico della vita sociale, economica e politica. Affrontando quell’insieme eterogeneo, complesso, disordinato, decentrato ed estemporaneo che va sotto il nome di contrabbando, puntiamo a offrire la prospettiva di coloro che vengono bollati – e criminalizzati – come contrabbandieri. Rifiutando di attenersi alla definizione giuridica del contrabbando stabilita dallo Stato, l’atto stesso di assumere lo sguardo del contrabbandiere ricolloca queste complesse attività all’interno di un contesto più ampio di pratiche sociali, politiche ed economiche presenti in tutto il mondo.
In secondo luogo, a differenza dell’approccio tipico dello sguardo dall’alto, che mira a espellere ogni irregolarità, questo libro punta a individuare le contraddizioni e le incongruenze interne al sistema dello Stato-nazione. Nelle situazioni di crisi prolungata, durante le quali emergono modalità improvvisate di vita coerenti con le condizioni locali, geografiche e materiali, non esiste niente che non produca fenomeni paralleli. Ogni nuova legge è accompagnata da tecniche per aggirarla che infine la neutralizzano e la rovesciano7. Questo sistema sovversivo parallelo è dotato di regole, rituali, etiche e protocolli propri che – come argomenta Stuart Hall ricorrendo al suo concetto di decodifica – danno luogo a «una miscela di elementi adattativi e oppositivi»8. Nel suo Lo sguardo dello Stato, James C. Scott afferma che lo Stato deve poter vedere gli individui per riuscire a controllarli. Per ciò non solo ricorre a identificazioni e registrazioni, ma al contempo propaga il linguaggio della legge per poter riscuotere le imposte e mantenere i sistemi di welfare, e così creare la leggibilità delle persone9. Visibilità e leggibilità procedono appaiate in modo da permettere allo Stato di operare. Scott dimostra come movimento e mobilità abbiano dovuto essere contenuti, regolamentati e ristretti in quanto rappresentavano una sfida allo schema di visibilità-leggibilità dello Stato e all’autorevolezza della sua governance. E contestualmente ci invita a individuare quel suo peculiare modo di guardare, non solo per analizzare la natura monolitica dello Stato ma anche per sviluppare la nostra capacità di cogliere la resistenza quotidiana a quell’egemonia.
Nondimeno, Scott non sviluppa appieno un aspetto a nostro avviso importante, ovvero che lo Stato non è l’unica origine di fenomeni come i confini, la cittadinanza e la tassazione. In altre parole, se lo Stato, in quanto entità omogenea, impone indubbiamente il suo controllo, esso è tuttavia a sua volta il prodotto delle contestazioni al controllo sulla mobilità di corpi, cose, pratiche e idee. In questo senso, il contrabbando è sia una conseguenza sia un fenomeno costitutivo dei confini e delle pratiche di confine. Svelare le contraddizioni interne al sistema Stato-nazione, occultate dalle narrazioni ufficiali, ha in potenza la capacità di aprire la storia10 – nei termini di Walter Benjamin – e così includere le narrazioni dei fuorilegge, degli emarginati, dei clandestini, dei banditi e dei contrabbandieri.
In terzo luogo, «guardare come un contrabbandiere» è una presa di posizione metodologica assunta per evitare il rischio di riprodurre i concetti statocentrici del contrabbando. Alcuni studiosi hanno già dimostrato che lo stesso ricorso a termini come «contrabbandiere» può riprodurre la criminalizzazione, soprattutto se si adotta lo specifico linguaggio statuale utilizzato nei testi normativi e nella ricerca. Questi studiosi hanno dunque suggerito di ricorrere a termini diversi come «intermediario» o «facilitatore». D’altronde, il ricorso a termini diversi per criminalizzare o de-criminalizzare qualcosa o qualcuno avviene anche negli organismi statuali. In uno dei suoi tentativi più recenti di criminalizzare chi facilita il movimento di viaggiatori privi dei documenti «giusti», l’Unione Europea ha per esempio dato la preferenza a termini come «trafficante», che spingono verso misure giuridiche e politiche più severe.
Come dimostrato da ogni saggio contenuto in questo libro, esistono molte forme diverse di sapere individuale e collettivo – un sapere condiviso e negoziato tra molti attori nel processo di un viaggio o di uno spostamento di merci – che dipendono dal genere, dalla classe, dal retroterra etnico e dall’età, oltre che dal contesto spazio-temporale. Sono queste forme collettive ed eterogenee di condivisione dei saperi a spiegare perché tanti viaggiatori senza i documenti «giusti» non si considerano affatto «oggetti di traffico», con la vittimizzazione che implica, ma soggetti «che rivendicano attivamente reciprocità e responsabilità alle persone, a loro già note, che garantiscono il passaggio»11. Ed è per questo che le varie comunità presentate in questo libro usano termini diversi per indicare quanti facilitano il movimento illecito di cose e persone, come procacciatore, referente, amico, guida (rahbalad), intermediario (dalal), agente (lekami), broker (semsar).
Ciò detto, nel libro abbiamo comunque deciso di riappropriarci della parola «contrabbandiere» e di mostrarne i posizionamenti complessi così da contrastare il suo impiego dominante. Attivando e affinando «lo sguardo del contrabbandiere», questo libro si propone di presentare le attività informali quotidiane che si svolgono intorno ai confini come tattiche di sopravvivenza o di «cittadinanza insorgente», ovvero come attività che operano con modalità simultaneamente lecite e illecite12.
Colonialità
Molti dei saggi che seguono affrontano la complessità dei rapporti esistenti tra Stato e contrabbando nel mondo di oggi. Ma la storia del contrabbando va ben oltre la formazione degli Stati contemporanei. L’attuale rapporto è infatti solo il proseguimento di un confronto di lunga data, al contempo difficile e contingente, già presente durante la configurazione coloniale del mondo. In alcuni casi, furono le stesse potenze coloniali a svolgere attività di contrabbando, come nel caso dei mercanti inglesi che nel diciannovesimo secolo introducevano illegalmente l’oppio in Cina da Hong Kong. In altri, furono i mercanti locali a costituire imprese dedite al contrabbando in reazione alle stringenti politiche mercantiliste imposte dagli inglesi nel diciassettesimo secolo13.
I conflitti tra Corona e coloni nel New England per il monopolio di commerci e dogane esplosero nel diciottesimo secolo. La legge inglese perseguiva i commerci illegali e il contrabbando assimilandoli alla pirateria, ma furono proprio le sue politiche restrittive ad accendere la scintilla della rivolta. Anzi, i conflitti sul commercio illegale svolsero un ruolo talmente cruciale nello sviluppo della Rivoluzione americana che Peter Andreas si è spinto fino a definire i nascenti Stati Uniti una «Nazione Contrabbandiera»14. In quel periodo il contrabbando fu sia celebrato sia condannato dalle ideologie liberali. Adam Smith, per esempio, difese i contrabbandieri come «ottimi cittadini» che, per non violare la giustizia naturale, violavano una legislazione «innaturale» che limitava la libertà di commercio15. Ma al contempo la legge che vietò l’importazione di schiavi negli Stati Uniti, promulgata nel 1807, e il successivo Slavery Abolition Act del 1883 portarono a un incremento nella sorveglianza dei confini per impedirne il contrabbando. Queste operazioni illecite erano peraltro organizzate da detentori di capitali, mentre erano in genere scollegate dalle comunità locali e dalle lotte di classe. E infatti, sebbene alcune si opponessero al dominio coloniale di alcuni Stati, non erano socialmente sovversive perché non intendevano sfidare la struttura di classe del tempo ma piuttosto sfruttarla a proprio beneficio.
I saggi di questo libro raccontano storie tra loro diverse. Molte delle pratiche di contrabbando esaminate qui appartengono alla tradizione della lotta proletaria contro un ordine economico oppressivo. Altre rimandano al contrabbando come pratica sociale che evolve dalla lotta tra uno Stato centrale e le popolazioni delle terre di confine e che viene dunque attuata in uno spazio «remoto» rispetto al centro e spesso da minoranze etniche che sfidano l’interferenza dell’autorità centrale (vedi Amin Parsa, capitolo 4).
Se guardiamo dal basso alla violazione dei confini, il contrabbando si presenta allora come una reazione alla precarietà politica e sociale cui le popolazioni di confine sono esposte in seguito alla colonizzazione interna messa in atto dal potere centrale. In un tale contesto, le comunità locali non intendono il contrabbando come un crimine, vedendolo piuttosto come un’attività necessaria alla sopravvivenza. I contrabbandieri sono infatti parte integrante della società locale e con il loro lavoro contribuiscono alla resilienza delle comunità periferiche nei confronti del potere centrale, sia quando praticano un contrabbando di tipo economico, sia quando facilitano il movimento dei perseguitati e degli oppressi (vedi Aliyeh Ataei, capitolo 2).
Nel tardo impero ottomano, la compagnia francese Régie deteneva il monopolio della produzione di tabacco. Così, i coltivatori avviarono riuscite operazioni di contrabbando per opporsi sia al monopolio della compagnia francese sia alle imposte statali16. In modo analogo, nel diciassettesimo secolo i contrabbandieri furono protagonisti chiave nella formazione del movimento giacobita in Inghilterra17. Altri esempi più recenti includono i monaci buddisti che hanno facilitato il passaggio in India dei tibetani in fuga dall’oppressione coloniale cinese18, i contrabbandieri nei tunnel di Gaza, e un ex combattente curdo divenuto facilitatore di migrazione professionista negli anni Ottanta, che considera il suo mestiere un atto anti-coloniale:
Il mondo ricco deruba il mondo povero. Ogni volta che la gente ha cercato di modificare le politiche e cambiare i regimi di governo, le superpotenze sono intervenute e hanno bloccato i movimenti democratici […]. La nostra situazione è questa. Fintanto che esistono saccheggiatori, i saccheggiati [cioè i profughi e i migranti] vorranno andare a vedere dove sono finite le loro ricchezze. E io li aiuto19.
Se consideriamo l’attuale regime dei confini come l’esito di quella infrastruttura coloniale che garantisce libertà di movimento solo a talune persone e cose, ricorrendo a modalità che preservano e potenziano l’egemonia, la ricchezza e la sicurezza delle ex potenze coloniali, diventa allora possibile comprendere questi atti di violazione dei confini, tanto locali quanto transnazionali, come modi per sfidare la colonialità dell’ordine mondiale odierno – quantomeno finché queste violazioni agiscono a sostegno della sopravvivenza e del sostentamento di quanti sono oppressi.
Visualità e materialità
Guardare come un contrabbandiere offre anche scorci sulla materialità e visualità delle pratiche di contrabbando. Mentre gli studi del contrabbando si concentrano perlopiù sull’analisi delle politiche e dei discorsi, o sulla creazione di etnografie delle persone che si avvalgono dei servizi dei contrabbandieri (come negli studi sul contrabbando di esseri umani), questa raccolta fornirà una lente per esaminare i veicoli, le infrastrutture e gli oggetti coinvolti nei processi di contrabbando, non semplicemente come strumenti di sostegno ma come agenti che determinano l’entità, le tempistiche e le forme assunte dalle pratiche di contrabbando. Kennedy Chikerema (capitolo 6) si concentra in modo specifico su questi aspetti. In aggiunta, come si legge nel saggio di Debdatta Chowdhury (capitolo 5), la materialità delle merci contrabbandate determina la forma del contrabbando, tanto da arrivare a configurare alternative alla stessa autorità statuale. Come spiegato da Rebecca B. Galemba (capitolo 3) nel suo studio sulla frontiera messicana-guatemalteca, collocando una cadena (catena) in un luogo altro rispetto alla posizione del confine legale, si istituisce dal basso un nuovo confine, dando vita a nuovi rituali di tassazione organizzati dalle comunità circostanti. Questo a sua volta genera un effetto di identificazione, unendo le comunità che dipendono dal «nuovo» confine a prescindere dalla loro nazionalità.
Il contrabbando al tempo stesso rivela e si appropria delle materialità implicate nella gestione statuale dei confini. E tuttavia va oltre le capacità utilitaristiche o rappresentative di quelle materialità così cruciali nelle politiche statuali, costruite su tecnologie e immaginari confinari. All’opposto, il contrabbando realizza le potenzialità di quelle materialità, creando una pletora di nuove possibilità di ri-assemblaggio20: per esempio, tramutando gli oggetti quotidiani in grado di passare inosservati in contenitori di cose illecite, o riadattando i corpi non autorizzati così da assumere l’aspetto di corpi in movimento normati e legittimati.
Questa è al contempo una questione di consapevolezza visuale e sensoriale. Spesso il contrabbando opera manipolando e riconfigurando le modalità percettive che rendono una persona o un oggetto in movimento accettati, legali, autorizzati. Ma è il confine stesso a determinare in primo luogo questi effetti. I confini governano i sensi come modo per regolamentare i processi e i rapporti sociali. Pur non avendo qualità essenziali, sono però in grado di rimodellare le forme e di creare rapporti fluidi che possono essere ri-assemblati per produrre percezioni diverse per corpi diversi. In questo senso, funzionano più come la magia che come i protocolli21. Proprio come la magia, i confini generano nuove percezioni. Tramutano i vicini in nemici. E d’incanto una breve distanza si fa più vasta. La pelle della gente sull’altro lato diventa più scura. Le tribù nomadi attraversano illegalmente i confini. I cugini del villaggio accanto diventano degli intrusi non autorizzati. I commercianti diventano contrabbandieri. E il valore delle merci aumenta o diminuisce nell’istante stesso in cui passano il confine. In un tale contesto, i confini definiscono tutto ciò che passa sotto gli occhi di un osservatore. Ma se i confini funzionano come la magia, il contrabbando funziona come un antidoto. I contrabbandieri operano infatti in modo da cambiare la percezione delle guardie di frontiera: fanno apparire greco un iraniano, coreano un afgano. Il contrabbando consiste in un assortimento di tecniche: dalla creazione e contraffazione di documenti (passaporti o bolle di trasporto), all’impiego e riconversione di veicoli e infrastrutture di viaggio. I contrabbandieri ci insegnano che la magia del confine poggia su una serie di tecniche e tattiche che è possibile contrastare con i suoi stessi mezzi. Guardare come un contrabbandiere significa dunque spostare l’attenzione dalla scenografia costituita da muri e recinzioni alle peculiarità, tecniche e operazioni proprie di ogni confine. Così, da un lato si ri-afferma l’immaginario normativo dell’attraversamento dei confini identificando ciò che è visto come lecito e legale e adeguandovisi, ma dall’altro si destabilizza la presunzione di autenticità associata alle merci e ai corpi legalizzati. Il che dimostra come l’autenticità sia significativa solo in rapporto a un confine, un corpo, una merce, un tempo e una geografia specifici, e come sia sempre soggettiva e contingente a diverse materialità.
Il regime mainstream della visibilità e dei media punta a raffigurare il contrabbando esternalizzandolo. L’effetto si produce, per esempio, presentando le immagini dei corpi maschili (e in molti casi razzializzati) dei contrabbandieri, dei beni confiscati e dei veicoli usati per contrabbandarli come una minaccia alle norme etiche ed estetiche, oltre che al benessere della società. In molti paesi l’esternalizzazione – cioè l’occultamento di contraddizioni e omissioni – si concretizza anche nelle periodiche esibizioni pubbliche di distruzione dei beni confiscati. Spesso queste si configurano come eventi spettacolari. Le merci vengono bruciate oppure schiacciate da veicoli militari. Più sono costose (per esempio auto di lusso) più l’esibizione sarà spettacolare. La messinscena pubblica è un «messaggio» indirizzato ai consumatori più che ai contrabbandieri. Questi rituali visualizzano i beni contrabbandati come fenomeni esterni che penetrano il corpo sociale e dunque vanno annientati.
Questa esternalizzazione non è una novità. Nel diciannovesimo secolo – quando il contrabbando è un tema ricorrente nella letteratura e nelle arti visive europee, dall’opera Carmen di Georges Bizet (1875), al romanzo The Smuggler. A Tale di G.P.R. James (1845), o al quadro Le contrebandiers di Philippe Jacques de Loutherbourg (1801) – il contrabbandiere viene già rappresentato come una figura solitaria che si oppone eroicamente ai dominatori. Nel romanzo di James, i contrabbandieri sono «uomini che con audacia si aprono un varco in un sistema ingiusto e barbarico che nega alla nostra terra i beni di un’altra, e che […] a rischio della vita difendono il diritto innato dell’uomo di commerciare con i suoi vicini»22. La sua figura compare tanto nei saggi di economia politica quanto nelle opere di narrativa. Forse la spiegazione risiede nella natura bifronte del personaggio: condannato come un profittatore anti-sociale e una minaccia all’interesse nazionale da un lato, celebrato come un eroe che garantisce la sopravvivenza del cosiddetto libero scambio dall’altro.
Oggi i paladini del «libero scambio» sono le grandi corporation, spesso strettamente legate agli Stati. Di conseguenza, i contrabbandieri vengono al tempo stesso inclusi ed esclusi, ma sono ancora raffigurati come attori esterni che destabilizzano, confondono, trasgrediscono e violano con merci e persone il confine nazionalizzato. Il contrabbando alza uno specchio davanti a questa esternalizzazione ingaggiando pratiche di confine in senso materiale, visivo, sociale ed economico. Così facendo, come dimostrato da molti saggi di questo libro, il contrabbando emerge dalle contraddizioni e dalle falle interne al sistema dello Stato-nazione offrendo visioni e immaginari altri sulla posizione del contrabbando e sulla sua relazione con la vita quotidiana di innumerevoli comunità e individui.
Etica
Nel suo complesso, questa raccolta esamina il contrabbando come un’impresa che non si limita a fornire un servizio economico ma che al contempo impone di affrontare eticamente e politicamente la questione dei confini. Uno dei modi in cui il contrabbando viene esternalizzato è tramite la sovraesposizione della violenza dei contrabbandieri, celando al tempo stesso la violenza dello Stato verso quanti hanno bisogno dei servizi dei contrabbandieri, come i migranti o le comunità di confine. In contrasto con la pratica dell’esternalizzazione dall’alto, questa raccolta dimostra come l’etica del contrabbando risieda precisamente nella sua relazione con gli individui e le comunità, che assume la forma di una protezione negoziabile dal basso nei contesti in cui gli Stati rifiutano di rispettare, ignorano o limitano attivamente il diritto di alcuni alla mobilità, al benessere e alla sicurezza. Nelle parole di Dawood Amiri – che nel momento in cui scriviamo (maggio 2021) sta scontando sette anni di carcere in Indonesia per «traffico di esseri umani» – sono proprio i contrabbandieri
i veri salvatori dei richiedenti asilo. Noi offriamo sopravvivenza e sicurezza in cambio di appena 4.000 dollari […] mentre i lunghi e meticolosi procedimenti dell’UNHCR [Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati] e della IOM [Organizzazione internazionale per le migrazioni] offrono pace e sopravvivenza, se si ha pazienza, solo al 5 per cento circa della loro quarta generazione – ovvero duecento anni dopo. Nelle menti e nei cuori dei richiedenti asilo, questa probabilità infima non regge il confronto con la prospettiva di salire su una barca diretta in Australia23.
Molte comunità di confine impegnate negli informali commerci transfrontalieri hanno rivendicato il «diritto di contrabbando» come una questione di sopravvivenza (vedi a tal proposito il saggio di Galemba). Anzi, in contesti simili, il contrabbando può essere visto come un’impresa etica. Nel suo saggio, Tekalign Ayalew Mengiste mostra chiaramente quanto lenti, costosi e selettivi siano i canali ufficiali esistenti tra Etiopia e Arabia Saudita a proposito delle lavoratrici domestiche, anche perché i datori di lavoro sono interessati ad assumere soltanto donne musulmane. Oltretutto, questi canali ufficiali sono controllati dallo Stato e da agenzie private autorizzate che non lasciano margini per negoziare la scelta del datore di lavoro o il livello salariale. Viceversa, il contrabbando può offrire a lavoratori/lavoratrici un grado maggiore di potere negoziale. E benché gli accordi contrattuali derivanti dal contrabbando possano anch’essi rivelarsi temporanei, fragili e vulnerabili, resta il fatto che chi sceglie di rivolgersi ai contrabbandieri può comunque esercitare un certo livello di controllo. Come sostenuto da Harvey (capitolo 7), se da un lato guardare come un contrabbandiere configura sia una postura affermativa nelle strategie di aggiramento e improvvisazione, sia un’etica re-immaginata grazie alla creazione di comunità lasche, dall’altro ci insegna al contempo la parzialità di qualsiasi schema etico.
Alle tesi di Hobsbawm sul banditismo sociale, che in certa misura hanno ispirato questo libro, è stato contestato un impianto eurocentrico per l’assenza di concezioni, etiche, tecniche e storie non-europee. È dunque cruciale evidenziare in che misura le esperienze di contrabbando siano informate da relazioni, religioni ed economie morali diverse da quelle occidentali. Gli studi sul contrabbando in Medio Oriente e Africa dimostrano, per esempio, che a regolarne le pratiche sono le concezioni morali e religiose locali, e non il codice penale. In Nord Africa, le comunità coinvolte nel contrabbando distinguono tra merci lecite e illecite in base ai concetti islamici di halal (permesso) e haram (vietato)24. Affrontando il contrabbando a partire da schemi etici diversi da quelli occidentali possiamo superare alcune delle sfide etiche e politiche poste dall’approccio dal basso assunto da questo libro.
Tale approccio pone simultaneamente alcune sfide metodologiche. Studiare il contrabbando significa infatti avere a che fare con materiali d’archivio prodotti attraverso le lenti dello Stato. Lo sguardo dall’alto è costruito sulla base di verbali di polizia o atti giudiziari. In modo analogo, gli archivi e larga parte delle conoscenze disponibili sul contrabbando sono prodotti perlopiù dalle autorità ufficiali o da enti che rappresentano il sistema dello Stato-nazione. Di conseguenza, negli studi sul contrabbando diventa difficile evitare le discrepanze esistenti tra le pretese teoretiche di un approccio suppostamente critico e i dati empirici raccolti in modo del tutto acritico dalle fonti ufficiali. Di fronte a questo sapere contestato, legato alla violenza dello Stato, il problema allora diventa: come dovremmo studiare il contrabbando? Riposizionare per guardare dal basso punta a costruire nuove relazioni con la conoscenza e con concezioni altrimenti non articolate nei processi di produzione del sapere. Ovvero è un tentativo di liberare il campo degli studi sul contrabbando dalla sua struttura statocentrica25.
Nondimeno, la questione di quali epistemologie siano rivelate o ignorate quando si assume lo sguardo del contrabbandiere è qui affrontata in modo indiretto e resta dunque senza risposta. Quanto è lecito rivelare delle attività che rendono sostenibili le vite di popolazioni precarie e vulnerabili, sia in movimento sia residenti lungo i confini? Quanto va invece preservato all’interno delle comunità che hanno bisogno di attivare queste strategie, soprattutto in tempi di controlli sempre più stringenti ai confini? Quanto ne possiamo condividere allo scopo di de-criminalizzare e politicizzare le pratiche di contrabbando? Tenuto conto della complessità di queste domande, noi abbiamo qui cercato di rispettare il fondamentale diritto dei contrabbandieri all’opacità. Detto altrimenti, non tutto deve essere visto, spiegato, capito e documentato.
Ciò detto, la scelta di guardare come un contrabbandiere corre il rischio di idealizzare una pratica che può anche comprendere sfruttamento, violenza e coercizione. A Hobsbawm è stata imputata un’immagine idealizzata dei banditi, per esempio da alcune studiose femministe che l’hanno considerata una rivisitazione romantica della violenza maschile26. Scrivere di contrabbando e contrabbandieri è dunque una sfida, in senso sia politico sia etico. Come possiamo assumere lo sguardo del contrabbandiere e al tempo stesso scrivere del contrabbando in modo accademicamente onesto ed eticamente responsabile? O ancora, come scrivere delle discriminazioni di genere o razza insite in alcune forme di contrabbando senza per questo riprodurre la prevalente criminalizzazione dei contrabbandieri? Quanto rischiamo di idealizzare le strategie di sopravvivenza specifiche di un luogo, di un tempo e di una comunità, interpretandole come atti politici generalizzabili?
La struttura
I saggi di questo libro sono stati selezionati in modo da presentare la nostra visione del contrabbando come una questione aperta. Seguendo le tracce di storie e archivi frammentari, questo volume è un tentativo di dimostrare il collegamento tra corpi, geografie, materialità, immaginari ed economie. I vari saggi forniscono sia resoconti articolati dei meccanismi propri del contrabbando, sia una panoramica complessiva di come i vari frammenti si intersechino tra loro dando vita alla pratica del contrabbando. Attraverso testi e immagini vedremo che il contrabbando non è affatto una pratica esclusivamente emancipatoria, e infatti può riprodurre le strutture patriarcali, razziali e classiste esistenti o produrne di nuove. I saggi che seguono presentano un ampio spettro in termini di contenuto, geografia, stile e materiale empirico, e offrono dialoghi trasversali a molti campi, inclusi antropologia, geografia, architettura, scienza, tecnologia, diritto e analisi letteraria.
Nel tracciare i passaggi illegali di persone e merci attraverso i confini, il volume mostra il contrabbando come una contraddizione immanente all’insieme dei rapporti sociali generati dal sistema dello Stato-nazione. Il volume raccoglie una varietà di approcci che vanno dalle riflessioni ed etnografie personali ai resoconti storici e alle rappresentazioni visive del contrabbando, abbracciando l’intero globo, dal Guatemala all’Etiopia, dall’Afghanistan allo Zimbabwe, dal Kurdistan al Bangladesh. In tal modo, i saggi contribuiscono a dare un’immagine più sfaccettata del contrabbando e aggiungono approcci teoretici ed empirici inediti allo studio dei confini e del contrabbando. In particolare, quelli a base empirica creano uno spazio in grado di mettere in relazione il contrabbando con altri processi sociali e politici; pongono domande su etica, materialità, storie, rapporti di potere coloniali e rappresentazioni visive della pratica del contrabbando; e infine offrono uno specifico contributo al dibattito pubblico, oltre che al corpus di conoscenze su confini e contrabbando.
Tekalign Ayalew Mengiste (capitolo 1) offre una densa descrizione dei tragitti emergenti nel contrabbando di esseri umani e in specifico della migrazione tra Etiopia e Arabia Saudita, facilitata da studi etnografici sul campo di lungo periodo. Tekalign conduce il lettore lungo il tragitto che va dalla provincia di Uollo, nell’Etiopia settentrionale, all’Arabia Saudita attraverso Gibuti e il Mar Rosso. Lungo il percorso illustra le varie pratiche di contrabbando, ognuna caratterizzata da strategie, piani e tecniche peculiari, mostrando come il contrabbando sia una pratica sociale collettiva e operi tramite il sostegno delle comunità locali e il rapporto di cooperazione e fiducia instaurato tra migranti e contrabbandieri. La sua conclusione è che le politiche di Stato e le strutture di contrabbando che mediano la migrazione sono processi complementari e co-costitutivi.
Aliyeh Ataei (capitolo 2) porta invece il lettore sul confine tra Iran e Afghanistan. «Narratrice di confini», secondo la definizione che dà di sé, in genere Ataei scrive romanzi. Il brano qui pubblicato si basa sulle sue osservazioni durante l’attraversamento non autorizzato di un confine con l’aiuto di un cosiddetto «trafficante di esseri umani», qui chiamato Mohammad Osman Yusefzai. Il racconto, strutturato intorno alle loro conversazioni, evidenzia la complessità dei facilitatori di migrazione, ridotti dalla legge a una figura criminale unica e indifferenziata. Nel descrivere il paesaggio in cui si generano le varie soggettività di confine, Ataei presenta Mohammad Osman Yusefzai come un mercante che vende il confine.
Rebecca Galemba (capitolo 3) esamina il caso dei piccoli contrabbandieri attivi lungo il confine tra Messico e Guatemala mostrando come le pratiche illegali riproducano discorsivamente, materialmente e soggettivamente lo Stato come effetto strutturale. In parallelo, mostra come i residenti intendano discorsivamente il confine e il proprio rapporto con le autorità statuali, e come gli stessi contrabbandieri certifichino i beni contrabbandati in collusione con i funzionari pubblici. Basandosi su un ricco materiale etnografico raccolto in prima persona, Galemba afferma che le pratiche di contrabbando, anche se mirano a sovvertire il controllo dello Stato, possono a loro volta produrre gli stessi «effetti statuali» di leggibilità, isolamento, spazializzazione e identificazione da parte delle località subalterne.
Una tesi analoga è presentata da Amin Parsa (capitolo 4). Analizzando il caso del kolbari, una forma di contrabbando di beni di uso quotidiano condotta dai curdi emarginati attraverso il confine tra Iran e Iraq, Parsa afferma che il contrabbando è diventato un modo per lo Stato iraniano di aggirare le sanzioni internazionali e al tempo stesso punire a piacimento i contrabbandieri quando risulta conveniente. Da studioso di giurisprudenza critica, Parsa dimostra come i confini, malgrado lo stretto monitoraggio, diventino uno spazio senza legge in cui i kolbar possono essere umiliati, discriminati e persino uccisi in virtù di leggi nazionali che si giustificano appellandosi alle normative internazionali sul contrabbando. Il saggio è accompagnato da una mappa realizzata da Lucie Bacon che non solo illustra le pratiche kolbari nel labirinto dei rapporti di confine, ma che soprattutto mette in discussione le mappe convenzionali sfidando la rappresentazione nazionalista dei confini regionali e delle comunità di confine.
In modo analogo a Galemba e Parsa, Debdatta Chowdhury (capitolo 5) afferma che i contrabbandieri sono una parte ufficiosa dell’ufficiale. In termini geografici, il suo saggio esamina il confine tra India e Bangladesh, dove una lunga storia di reti commerciali attraverso il vasto territorio del Bengala è stata spezzata da interventi coloniali e dal nuovo confine tra India e Pakistan orientale (poi Bangladesh) tracciato in seguito alla Partition del 1947. Basandosi su studi di queste pratiche transfrontaliere tra India e Bangladesh, il saggio mette in chiaro come guardare come un contrabbandiere sia soltanto un lato della questione, e come un’attenta analisi delle pratiche di contrabbando locali permetta di capire in che modo il passato influenzi, evolva e cambi forma per diventare quello che intendiamo come presente.
Il saggio visivo di Kennedy Chikerema (capitolo 6) si concentra sulle infrastrutture del contrabbando tra Sudafrica e Zimbabwe. In varie autostazioni di Johannesburg, gli autobus a lunga percorrenza vengono stipati di bagagli, ma anche di beni come mobili o latte di olio da cucina da trasportare a Harare o Bulawayo nello Zimbabwe. Chikerema visualizza i tragitti e le logistiche del contrabbando sotto forma di un’architettura discontinua e dal basso, al contempo intrecciata a economie formali e informali, leggi e pratiche generate dallo sviluppo urbano, situazioni politiche ed economiche instabili e pratiche di confine.
Simon Harvey (capitolo 7) prende in esame la rappresentazione del contrabbando come qualcosa di interamente celato oppure di sovraesposto, trasparente, documentato dalle forze di polizia o dai media. E si chiede se queste immagini semplicistiche di una circolazione tanto diversificata e mutevole possano davvero offrire un approccio sensato al contrabbando. Così esplora tanto le carenze della trasparenza come ideale sociopolitico, quanto le visibilità parziali e la loro pratica in piena vista che ciononostante cela qualcosa, invitandoci a spostare l’attenzione verso ciò che potremmo imparare dalle sue offerte anche solo parziali, quando al contrabbando – e a noi – viene invece chiesto di offrire tutto allo sguardo.
Il volume si conclude con una postfazione di Nandita Sharma, nella quale si afferma che i discorsi e le politiche anti-contrabbando sono di fatto tecniche per riprodurre gerarchie razziali e di classe. I confini degli Stati-nazione sono non solo confini razziali ma anche confini contro i poveri del mondo. Proprio per questo, Sharma vede il sapere locale e pratico dei contrabbandieri come una via alternativa per opporsi alle ingiustizie globali. Riconoscendo le potenzialità delle competenze e dei saperi pratici connaturati al contrabbando o creati dalle sue pratiche, guarda a un futuro di cambiamenti sociali radicali basati sul rifiuto del dominio di Stato e di classe. Nella sua potente postfazione, suggerisce di ri-politicizzare, e dunque rendere visibile, ciò che gli sforzi anti-contrabbando degli Stati-nazione cercano di celare: ovvero che il contrabbando è un elemento strutturale dell’ordine internazionale e non una «minaccia esterna». Nelle sue parole, «ciò cui dovremmo opporci non è il contrabbando in sé ma la criminalizzazione della mobilità e la mercificazione della vita».
Respingendo l’approccio statocentrico che tende a leggere il contrabbando come mancanza (di legge e ordine), difetto (irregolarità) e anomalia (tramite l’esternalizzazione), questo volume assume una postura diversa e chiede al lettore di collocare le pratiche di contrabbando all’interno di più ampi contesti storici, sociali e culturali. Ovvero di collocare queste pratiche non fuori dalla razionalità dello Stato-nazione, bensì dentro e in relazione dialettica con l’ordine nazionale delle cose. Insieme agli autori dei saggi, anche noi vi invitiamo perciò a guardare i confini facendo proprio lo sguardo del contrabbandiere.
Note al capitolo
1. Eric Hobsbawm, Bandits, Weidenfeld and Nicolson, London, 2000.
2. Antonin Plarier, Rural Banditry in Colonial Algeria, in Stephanie Cronin (a cura di), Crime, Poverty and Survival in the Middle East and North Africa. The «Dangerous Classes» since 1800, I.B. Tauris, London, 2020, pp. 105-116.
3. Sappho Xenakis, Trouble with the Outlaws. Bandits, the State, and Political Legitimacy in Greece over the Longue Durée, «Journal of Historical Sociology», vol. 34, n. 3, 2021, pp. 504-516.
4. Stephanie Cronin, Noble Robbers, Avengers and Entrepreneurs, in Stephanie Cronin (a cura di), Crime, Poverty and Survival in the Middle East and North Africa, cit., pp. 101-102; David Hart, Banditry in Islam. Case Studies in Morocco, Algeria and the Pakistan North West Frontier, Middle East and North African Studies Press, Wisbech, 1987, pp. 19-26.
5. Jatin Dua, Captured at Sea, University of California Press, Oakland, 2019.
6. Cyril Lionel Robert James, The Black Jacobins. Touissant L’Ouverture and the San Domingo Revolution, Penguin, London, 2001; Edward Palmer Thompson, The Making of the English Working Class, Pantheon Press, New York, 1976; Peter Linebaugh e Marcus Rediker, The Many-headed Hydra. Sailors, Slaves, Commoners, and the Hidden History of the Revolutionary Atlantic, Beacon Press, Boston, 2000; Douglas Hay, Peter Linebaugh, John G. Rule, Edward Palmer Thompson e Cal Winslow (a cura di), Albion’s Fatal Tree. Crime and Society in Eighteenth-century England, Allen Lane, London, 1979.
7. Achille Mbembe e Janet Roitman, Figures of the Subject in Times of Crisis, «Public Culture», vol. 7, n. 2, 1995, pp. 323-352.
8. Stuart Hall, Encoding, Decoding, in Simon During (a cura di), The Cultural Studies Reader, Routledge, New York, 1993, p. 516.
9. James C. Scott, Seeing Like a State. How Certain Schemes to Improve the Human Condition Have Failed, Yale University Press, New Haven, 1988.
10. Vedi Theses on the Philosophy of History, in Walter Benjamin, Illuminations, Schocken Books, New York, 1969.
11. Stephanie Maher, Out of West Africa. Human Smuggling as a Social Enterprise, «Annals of the American Academy of Political and Social Science», vol. 676, n. 1, 2018, p. 39.
12. James Holston, Insurgent Citizenship – Disjunctions of Democracy and Modernity in Brazil, University of California Press, Berkeley, 2009.
13. Amar Farooqi, Smuggling as Subversion. Colonialism, Indian Merchants, and the Politics of Opium, 1790-1843, Lexington Books, Lanham, 2005.
14. Joshua M. Smith, Borderland Smuggling. Patriots, Loyalists, and Illicit Trade in the Northeast 1783-1820, University Press of Florida, Gainesville, 2006, p. 2; Peter Andreas, Smuggler Nation. How Illicit Trade Made America, Oxford University Press, Oxford, 2014.
15. Smith, op. cit., p. 2.
16. Cronin, Noble Robbers, Avengers and Entrepreneurs, cit., p. 95.
17. Paul Monod, Dangerous Merchandise. Smuggling, Jacobitism, and Commercial Culture in Southeast England, 1690-1760, «Journal of British Studies», vol. 30, n. 2, 1991, pp. 150-182.
18. Bodean Hedwards, The Buddhist People Smuggler, «Allegra lab», aprile 2016.
19. Shahram Khosravi, ‘Illegal’ Traveller. An Auto-ethnography of Borders, Palgrave Macmillan, Basingstoke, 2010.
20. Mahmoud Keshavarz, The Design Politics of the Passport. Materiality, Immobility, and Dissent, Bloomsbury, London, 2019.
21. Mahmoud Keshavarz e Shahram Khosravi, The Magic of Borders, «e-flux Architecture», maggio 2020.
22. George Payne Rainsford James, The Smuggler. A Tale, Berhard Tauchnitz, Leipzig, 1845, p. 34, citato in Ayse Celikkol, Romances of Free Trade. British Literature, Laissez-faire, and the Global Nineteenth Century, Oxford University Press, New York, 2011, p. 41.
23. Dawood Amiri, Confessions of a People-Smuggler, Scribe, Melbourne, 2014, p. 63.
24. Max Gallien, Smugglers and States. Illegal Trade in the Political Settlements of North Africa, Tesi di dottorato, London School of Economics and Political Science, 2020, p. 146; Judith Scheele, Smugglers and Saints of the Sahara. Regional Connectivity in the Twentieth Century, Cambridge University Press, New York, 2015, p. 96.
25. La risposta di Saidiya Hartman alla penuria di informazioni, nell’archivio dello schiavismo, sulle esperienze di abiezione, esclusione e razzismo è stata quella di creare spazi di immaginazione e ipotesi allo scopo di ricostruire storie di donne nere a partire dai frammenti rimasti. Vedi Saidiya Hartman, Wayward Lives, Beautiful Experiments. Intimate Histories of Social Upheaval, W.W. Norton, New York, 2019.
26. Donald Crummey (a cura di), Banditry, Rebellion and Social Protest in Africa, James Currey, London, 1986, p. 12.