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Rojava una democrazia senza stato prefazione

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mar 23 giu 2026


In difesa dell’immaginazione: il Rojava in una nuova fase

(2026) di Cihad Hammy


Il «coraggio di immaginare» evocato in uno dei saggi che seguono è di fatto il tratto distintivo della rivoluzione del Rojava, come peraltro dimostrano tutti i saggi di questa bella antologia, originariamente pubblicata nel 2016. È un invito a osare al contempo stimolante e urgente. Stimolante perché sfida la miseria immaginativa del pensiero dominante dopo il trionfo dell’ideologia neoliberista e del suo motto «non c’è alternativa». Urgente perché il capitalismo neoliberista sta distruggendo il tessuto profondo della società, modificando la struttura stessa dell’essere umano. Quando la società si sgretola, le caratteristiche essenziali dell’essere umano ne escono sminuite: noi umani siamo esseri sociali, e se la dimensione sociale viene soffocata, ecco che veniamo ridotti a mera esistenza, ad atomi.
La vita sociale e collettiva che abbiamo conosciuto è stata ormai rimpiazzata da individui atomizzati, dall’esaltazione della performance individuale e dalle patologie psicologiche che immancabilmente l’accompagnano, dalla mercificazione di ogni aspetto della vita, dalla depoliticizzazione, dall’alienazione, dalla guerra costante, dall’intensificazione delle divisioni di classe e dall’ascesa delle destre su scala globale. Oltretutto, il capitalismo neoliberista sta esacerbando la distruzione della natura portandola a limiti estremi. Da quando l’umanità è emersa dalla sua prima natura, stiamo assistendo a un livello di distruzione senza precedenti sia della natura sociale (frutto dell’evoluzione biologica) sia della prima natura (il mondo naturale). Eppure, anche se viviamo in tempi catastrofici, immaginare un’organizzazione sociale ed economica differente è considerato una follia. Come osiamo?! 
E invece avere il coraggio di pensare al di là delle narrazioni ideologiche dominanti è il primo passo per produrre una crepa nel sistema che ci domina. Attraverso questa crepa possiamo infatti intravedere forme di vita diverse e libere, ed è solo se sapremo usare la nostra capacità immaginativa che potremo raggiungere gli obiettivi cui aspiriamo, per quanto lungo possa essere il cammino. Questo è ciò che nelle tradizioni di sinistra viene chiamato prassi. Coraggio-Pensiero-Immaginazione-Azione: ecco ciò che crea speranza in questi nostri tempi privi di speranza. 
In curdo Rojava significa «Ovest», ed è infatti la parte occidentale del Kurdistan, quella situata in Siria. La rivoluzione del Rojava è scoppiata nel 2012 come conseguenza del vuoto di potere lasciato dallo Stato siriano, ancora nelle mani di Bashar al-Assad, all’epoca impegnato a combattere l’opposizione armata nel resto della Siria. In tale contesto, il Partito dell’Unione Democratica (PYD) ha intrapreso quella che all’interno della rivoluzione siriana possiamo definire la «terza via», dato che sia lo Stato siriano sia l’opposizione condividevano il medesimo approccio nazionalista e razzista nei confronti della questione curda. Ispirandosi alla filosofia di Abdullah Öcalan, pensatore politico e leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), il PYD ha attuato in Rojava il confederalismo democratico, i cui principi fondamentali sono la democrazia dal basso, l’autodifesa, l’ecologia sociale e la liberazione delle donne. 
I saggi che compongono questa antologia sono stati scritti in un clima di ottimismo e speranza, dopo l’eroica resistenza di Kobane nel 2014 e la vittoria delle Unità di Protezione Popolare (YPG) e delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ) contro lo Stato Islamico (ISIS). All’epoca, la rivoluzione del Rojava ha catturato l’attenzione del mondo e in alcuni ambienti di sinistra ha richiamato alla memoria la rivoluzione spagnola del 1936. Da parte loro, i media mainstream hanno celebrato la vittoria dei combattenti curdi contro l’ISIS, feticizzando al contempo le combattenti curde. 
L’edizione originale è dunque nata in questo contesto. Scritto da accademici e giornalisti che hanno visitato il Rojava e condotto approfondite interviste con la leadership politica e militare sul campo, il libro presenta una narrazione storica «dal basso». Anziché affidarsi a classificazioni ideologiche astratte imposte dall’esterno, documenta pratiche vissute, dibattiti interni ed esperimenti istituzionali concreti. Al contempo non lesina critiche sia alla lettura liberal della rivoluzione del Rojava, sia alla lettura radical di alcuni gruppi della sinistra occidentale che si sono limitati a collocare Öcalan e il PYD sotto la categoria «stalinisti». Una lettura, quest’ultima, che trascura completamente la trasformazione ideologica avvenuta a partire dalla fine degli anni Ottanta del Novecento da parte di Öcalan e del PKK, e successivamente adottata anche dal PYD, che ha portato a un passaggio dal marxismo-leninismo a una filosofia comunalista, femminista ed ecologica. 
Un contributo teorico centrale del libro risiede nel suo confronto con l’orientalismo. In particolare critica il presupposto – ancora presente nel pensiero occidentale, sinistra inclusa – secondo cui in Medio Oriente i movimenti politici sarebbero statici, derivativi o incapaci di trasformazione ideologica. In questo senso, la raccolta di saggi mette bene in luce come i presupposti orientalisti stiano alla base non solo del discorso liberale, ma anche di quelle interpretazioni di sinistra che (in)consciamente negano ai movimenti emergenti del cosiddetto «Oriente» l’agency storica e la capacità di autocritica e di innovazione teorica.
Allo stesso tempo, il libro offre una critica all’orientalismo liberale e alla sua rappresentazione tutta occidentale delle combattenti curde. Nei media mainstream sono ampiamente circolate le immagini di donne curde che armi in mano sconfiggono l’ISIS, ritraendole come semplici combattenti, rappresentandole in modo sessualizzato e privandole così della loro soggettività politica. L’attenzione si è concentrata principalmente sulla loro efficacia militare, evitando qualsiasi confronto serio con il loro posizionamento ideologico, femminista e rivoluzionario: un aspetto cruciale per capire ciò per cui stanno combattendo. 
In sostanza, questo libro sostiene che per comprendere la rivoluzione del Rojava sia necessario rompere con i paradigmi orientalisti, progressisti o liberali che siano, ed esorta a riconoscere il Rojava come qualcosa che va oltre le immagini cristallizzate ereditate dall’immaginario modernista occidentale. Invita inoltre il lettore a confrontarsi in prima persona con un esperimento rivoluzionario emerso da lunghi processi di rottura ideologica, autocritica e reinvenzione politica, oltretutto in condizioni di estrema violenza e collasso regionale. In questo senso, interviene direttamente nei dibattiti all’interno della sinistra internazionale, contestando il presupposto secondo cui l’azione rivoluzionaria scaturirebbe solo dai tradizionali centri del sistema mondiale, e sostenendo invece che spazi periferici e assediati come il Rojava possono effettivamente generare forme di immaginazione e di pratica politiche che non solo sono significative a livello locale, ma che hanno al contempo una rilevanza universale. 
Ciò che questo libro cerca in definitiva di dimostrare è che una rivoluzione in atto in una regione relativamente remota ed emarginata come il Rojava non solo è reale, ma è anche degna della solidarietà della sinistra. Contrariamente a un certo discorso presente nella sinistra occidentale, che tende a liquidare le lotte in Medio Oriente come autoritarie, culturalmente specifiche o strategicamente irrilevanti, il libro sostiene che il Rojava costituisce un autentico progetto emancipatorio che richiede impegno e solidarietà. 


Un decennio dopo

Tuttavia, sono ormai passati dieci anni dalla prima edizione di questo libro, e nel frattempo si sono verificati molti cambiamenti, molte trasformazioni politiche. Oggi, nel 2026, la rivoluzione del Rojava ha subìto una grave battuta d’arresto. I curdi, sia nel Rojava sia altrove, versano in uno stato di pessimismo e sconforto, uno stato d’animo opposto a quello che si era diffuso dopo la vittoria di Kobane, come ben dimostra questo libro. Di seguito propongo una breve riflessione su ciò che è accaduto nell’ultimo anno. 
La rivoluzione del Rojava è nata dalle rivolte scoppiate prima in Nord Africa nel 2010-2011 e successivamente in Medio Oriente. Le proteste, sia pacifiche sia violente, hanno fatto cadere le dittature in paesi come la Tunisia, la Libia, l’Egitto o la Siria, ma non sono riuscite a portare la democrazia e la libertà ai loro popoli. Le potenze regionali e straniere, a cominciare dagli Stati Uniti, hanno strumentalizzato le rivolte per assecondare i propri interessi imperialisti, sostenendo di fatto le forze antidemocratiche. 
La Siria non ha fatto eccezione. Dopo tutto il sangue versato, dopo i sacrifici e le sofferenze che il popolo siriano ha sopportato per conquistare la democrazia, la libertà e la dignità, il gruppo islamista estremista Hayʾat Taḥrīr al-Shām, guidato dall’ex membro dell’isis Aḥmad al-Sharaʿ (Abū Muḥammad al-Jawlānī), è salito al potere. Questo è accaduto dopo la caduta di al-Assad e del suo regime nel 2024, e grazie al massiccio sostegno politico, economico e diplomatico di Stati Uniti, Unione Europea, Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Per le forze laiche e democratiche è stata un’enorme delusione. Sostenuto da alcune fazioni antidemocratiche, al-Sharaʿ si è infatti autoproclamato presidente del nuovo governo provvisorio per un periodo di transizione della durata di cinque anni. Questo evento politico ha avuto ripercussioni negative sull’intero territorio siriano e sul destino del Rojava, che nel frattempo ha cambiato il proprio nome in Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES). All’indomani della vittoriosa resistenza delle YPG e delle YPJ a Kobane, gli Stati Uniti avevano preso contatto con i curdi della Siria per costituire una forza multietnica che è poi diventata il partner chiave della coalizione guidata dagli stessi Stati Uniti nella guerra contro l’ISIS. La costituzione delle Forze Democratiche Siriane (SDF) – una forza multietnica e multireligiosa, che riflette l’eterogeneità del popolo siriano – ha iniziato a concretizzarsi nel 2015.
Una volta salito al potere, al-Sharaʿ ha proclamato la fine della rivoluzione siriana, affermando che essa aveva raggiunto i propri obiettivi rovesciando il regime di al-Assad. Per lui, la rivoluzione non era destinata a realizzare le iniziali richieste democratiche dei manifestanti siriani; piuttosto, si trattava di un mero cambio di regime, senza che le strutture centralizzate dello Stato-nazione fossero messe in discussione. In parole povere, il governo provvisorio ha cercato di riprodurre la stessa identica struttura del potere statale del regime di al-Assad ma sotto una veste sacra, e la repressione di coloro che chiedevano libertà e dignità è diventata un prerequisito per la sopravvivenza del regime. 
Il governo provvisorio ha reinterpretato la rivoluzione attraverso la lente dell’obbedienza e della coercizione. Questo atteggiamento è spesso una delle caratteristiche principali dei gruppi islamisti una volta saliti al potere. Concetti quali democrazia e libertà sono scomparsi dal discorso pubblico del governo provvisorio e di fronte a questa inversione di senso, la DAANES e le forze democratiche si sono fermamente rifiutate di ridurre la libertà a un mero slogan. Al contrario, sin dalla caduta del regime di al-Assad, hanno insistito nel difendere la democrazia e la libertà come prerequisito per un ordine politico pluralistico che traesse la propria legittimità dalla società stessa in modo democratico.
Ciò che ha ulteriormente aggravato la situazione è stata la pervicacia con cui il governo provvisorio ha gradualmente imposto la propria agenda, organizzando campagne mediatiche sistematiche e prendendo di mira qualsiasi forma di resistenza sociale, tant’è che già nei primi mesi di governo sono stati commessi una serie di massacri contro le minoranze, tra cui la alauita, la drusa e la cristiana. 
In questo specifico contesto, l’attenzione delle forze democratiche si è rivolta verso la DAANES, considerata un’amministrazione politica e militare ben organizzata, sostenuta a livello internazionale, e in grado di contrastare il governo provvisorio e difendere il progetto civile. Il conflitto tra DAANES e al-Sharaʿ è diventato così una lotta decisiva: o il trionfo dell’islamismo e la fine della democrazia, o la vittoria delle SDF e l’apertura verso un modello pluralistico e laico. E questo anche se le potenze internazionali hanno già riposto la propria fiducia in al-Sharaʿ.
All’inizio del 2026 si è verificata una svolta che ha cambiato radicalmente la situazione politica e il destino di DAANES. Il 6 gennaio, a Parigi, Israele e il governo provvisorio siriano hanno raggiunto un accordo per creare un coordinamento nei settori della sicurezza, dell’intelligence e del commercio. Questo accordo ha visto il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti e quello indiretto della Turchia. Appena un giorno dopo, le forze del governo provvisorio hanno lanciato una pesante offensiva contro i quartieri curdi assediati di Ashrafiyah e Sheikh Maqsood ad Aleppo. Così facendo, il governo provvisorio ha violato gli impegni delineati nell’accordo del 10 marzo 2025 stipulato con le SDF che prevedeva l’instaurazione di uno Stato civile e costituzionale e il rispetto della composizione pluralistica della Siria.
L’ambiguità della posizione statunitense suggerisce che il governo provvisorio abbia ricevuto da Washington, durante i colloqui di Parigi, il «via libera» per sferrare attacchi contro le sdf in cambio delle concessioni offerte da al-Sharaʿ a Stati Uniti e Israele. I combattimenti non si sono limitati ad Aleppo, ma si sono estesi a est dell’Eufrate, nella zona sotto il controllo delle sdf. Il ruolo degli Stati Uniti si è manifestato, in primo luogo, nell’incoraggiare Damasco a intensificare la pressione sul campo di battaglia – compreso l’accerchiamento dei quartieri curdi vulnerabili come appunto Ashrafiyah e Sheikh Maqsood – e, in secondo luogo, nell’attivare strumenti di pressione diplomatica all’insegna della «moderazione» con il fine di contenere le basi popolari e militari delle SDF a est dell’Eufrate.
I curdi, insieme ad alcune comunità arabe e cristiane di Al-Hasakah e Kobane, con cui è stata stretta un’alleanza, sono stati lasciati soli ad affrontare il duro scontro con le forze islamiste di al-Sharaʿ, ancora assetate di vendetta dopo la sconfitta dell’ISIS a Kobane. Rimaste senza alcuna alternativa, le SDF hanno indetto una mobilitazione generale per difendersi dagli attacchi e dai potenziali massacri che ne seguirebbero e che sarebbero di entità ben superiore a quelli già verificatesi nelle regioni costiere della Siria contro gli alauiti e i drusi. 
Di fronte a minacce che mettono in forse la loro stessa esistenza, i curdi hanno risposto con estremo vigore a questo appello alla resistenza, tanto che, con uno spirito simile a quello di Kobane nel 2014, l’ondata di mobilitazione ha toccato tutti i territori curdi del Medio Oriente. Nel frattempo, anche la diaspora curda in Europa e nelle Americhe, superando le differenze di appartenenza politica e ideologica, è scesa in piazza quotidianamente e in massa in tutte le grandi città. Famiglie intere (compresi bambini e neonati), affiancate da attivisti internazionali solidali, hanno sfidato il rigido clima invernale per esercitare la massima pressione sui responsabili politici dei paesi ospitanti.
Le forze politiche curde all’interno della Regione del Kurdistan Iracheno (KRI), nonostante i disaccordi politici esistenti con daanes, hanno mobilitato tutte le loro risorse diplomatiche, mediatiche e logistiche a sostegno delle SDF, aprendo i propri confini al valico di Semalka per consentire l’accesso agli aiuti di emergenza e ad altre forme di sostegno. Inoltre, Öcalan, capo negoziatore del PKK nel processo di pace con la Turchia, in corso dalla fine del 2024, ha lanciato un avvertimento allo Stato turco: il processo di pace sarebbe stato immediatamente sospeso se gli attacchi contro DAANES non fossero cessati. Öcalan ha ammonito che il ricorso all’opzione militare avrebbe provocato un devastante conflitto etnico in tutta la regione, coinvolgendo curdi, arabi e turchi in egual misura. 
Questa unitarietà di posizioni e di azioni, tanto in Medio Oriente quanto in Occidente, ha dimostrato che i curdi costituiscono una formidabile forza regionale. Ed è stata proprio la pressione esercitata dalla ritrovata unità curda a ottenere la cessazione delle ostilità e della guerra e a riportare al-Sharaʿ al tavolo dei negoziati, fino alla firma di un nuovo accordo avvenuta il 29 gennaio 2026. 
Con il ritiro delle sdf dai vasti territori arabi passati sotto il loro controllo dopo essere stati liberati dall’isis, l’accordo del 29 gennaio ha posto fine a una guerra le cui conseguenze distruttive per l’intera regione sarebbero state dirompenti. Le clausole che riconoscono l’esistenza dei curdi e della loro cultura all’interno della Siria sono parte integrante dell’accordo, che ha inoltre accettato l’integrazione delle istituzioni civili e di sicurezza esistenti ad Al-Hasakah e Kobane (chiamate Asayîş) nell’apparato statale siriano. Tale integrazione si è estesa anche alle forze militari (le SDF), che sono state incorporate come un’entità unificata anche se composta da brigate militari operanti all’interno di Al-Hasakah e Kobane. In tal modo, lo status delle regioni curde e delle SDF è stato formalmente riconosciuto come un aspetto integrante e distintivo dello Stato siriano, preservandone al contempo le peculiarità.
Gli accordi fin qui citati sono di natura teorica. A livello concreto, l’accettazione e integrazione delle restanti regioni della daanes nell’accordo con il governo siriano è ancora in discussione: la DAANES cerca di mantenere le proprie strutture autonome, soprattutto nelle regioni curde, mentre lo Stato siriano tende a centralizzare e contenere ciò che resta della DAANES, indebolendola e ponendo limiti ai suoi ideali potenzialmente sovversivi. I risultati concreti dell’accordo dipendono dai negoziati attualmente in corso.
Ma va anche detto che la rivoluzione del Rojava, nonostante i suoi ideali emancipatori, è rimasta in parte intrappolata nelle proprie contraddizioni interne. L’ultima battuta d’arresto va infatti imputata tanto a fattori esterni (ragioni geopolitiche) quanto a fattori interni, che rimandano alla sua incapacità di confrontarsi seriamente con il potere e le strutture gerarchiche nate all’interno della leadership che ha guidato la rivoluzione del Rojava. Come ogni fenomeno sociale, le rivoluzioni non sono mai pure. È dunque cruciale esplicitare le contraddizioni attraverso una critica serrata e lavorarci sopra per creare nuove possibilità e soluzioni. Solo attraverso questo incessante processo la rivoluzione rimarrà in costante movimento e offrirà nuovi approcci per risolvere le questioni che le persone si trovano ad affrontare nella loro vita quotidiana. 
In definitiva, questa antologia è sia un invito a comprendere appieno ciò che è accaduto durante la rivoluzione del Rojava, sia un appello alla solidarietà. Oggi, ancor più che al momento della prima edizione di questo libro, il Rojava ha bisogno della solidarietà di chi crede davvero nella libertà, nella giustizia e nella ragione. Il popolo del Rojava ha osato immaginare un mondo diverso e libero, e chi è alla ricerca della libertà dovrebbe sostenere questo sforzo creativo, poiché un immaginario emancipatorio e un’autodeterminazione democratica dal basso sono ciò di cui abbiamo tutti bisogno nei tempi bui che stiamo vivendo.