×

Chi Siamo

Catalogo

Eventi

Rassegna stampa

Approfondimenti

Docenti

Foreign Rights

Autori

         

Hostis. Il paradigma dell'ospitalità introduzione

Hostis. Il paradigma dell'ospitalità

Anderlini

PROSSIMA USCITA
mar 27 lug 2027




Nella contemporaneità, i movimenti migratori che dalla fine del XX secolo attraversano con variabile intensità le società europee non solo sono assurti al ruolo di protagonisti della scena politica, ma hanno anche portato alla luce contraddizioni irrisolte che percorrono il piano filosofico, culturale e sociale. Il loro emergere concreto come fenomeno sociale, da un lato, e la loro rappresentazione dall’altro – di volta in volta e allo stesso tempo con toni ostili e ospitali – ha costituito e continua a costituire un fattore dirompente che mette in discussione gli stessi concetti che stanno alla base delle società occidentali come cittadinanza, appartenenza, Stato-nazione, sovranità, la concezione stessa del politico e categorie come quelle di altro, prossimo, straniero, ospite e, più in generale, i criteri di inclusione ed esclusione.
Se negli anni si è parlato di «crisi migratoria», intendendo di volta in volta una «crisi dell’accoglienza» (Rea et al. 2019), una crisi delle politiche, una crisi «sociale», sempre ricompresa all’interno di un frame emergenziale, appare evidente e costituisce un tema di dibattito costante e assodato come la vera crisi riguardi alcuni dei principi cardine che ispirano e regolano il funzionamento delle società occidentali. Ci aiuta la concezione di crisi intesa come momento di verità, di giudizio, di indagine e comprensione, cioè di distinzione: κρίνω (krínō) significa «distinguere» e «ordinare», ma anche «decidere» e «esaminare». La presenza dello straniero, la «turbolenza» del suo movimento (Papastergiadis 2000), impone di interrogarsi sui meccanismi di inclusione ed esclusione che disciplinano l’accesso e la permanenza in un territorio e, più in generale, lo sviluppo o il declino della forma politica dello Stato-nazione (Arendt [1951] 2004). Zygmunt Bauman ci ricorda come una delle «funzioni» dello straniero sia ex negativo quella di delineare, definire, delimitare un «noi» che si identifica con un particolare aggregato umano: «Tutte le società creano stranieri, ma ognuna di esse crea il suo peculiare genere di straniero e lo crea a modo proprio» (Bauman 2002).
In effetti, la rappresentazione dello straniero (Fremde), i meccanismi attraverso i quali può essere incluso e divenire amico (Freund), o essere respinto ed escluso, trattato da nemico (Feind), non sono solo alla base del politico e delle sue categorie (Schmitt 1972) ma, più in generale, gettano luce sui ruoli e i posizionamenti, le spazialità e le relazioni tra soggetti che informano le modalità di stratificazione sociale della società. La tesi che si vuole qui presentare è che uno dei punti di osservazione privilegiati per analizzare questi meccanismi e le molteplici dimensioni che convocano – economica, politica, morale – sia rappresentato dall’ospitalità.
L’ospitalità è il concetto centrale che attraversa tutta la trattazione di questo lavoro. Può essere utilizzata come prisma per mezzo del quale leggere e interpretare i meccanismi che regolano i processi di inclusione ed esclusione delle società europee, le spazialità che delineano, le dimensioni e gli ambiti cui fanno riferimento, i soggetti cui danno forma. In particolare, innerva le politiche migratorie europee contemporanee e i criteri con i quali viene stabilito chi può accedere al territorio degli Stati, le modalità con cui viene governata la mobilità ed è regolato l’asilo. Asilo viene qui inteso non solo come criterio, ma anche spazio di inviolabilità per un soggetto esterno a un dato gruppo sociale che non può essere vittima di «spoliazione», cioè privato della libertà e dei propri beni – secondo una prassi che in molte civiltà indoeuropee veniva riservata dai vincitori ai nemici vinti. Il termine deriva dal greco antico, α privativo e σύλη (sýlē), violenza come saccheggio, da συλάω (syláō), depredare, togliere con la forza. Una pratica codificata che definisce un ἄσυλος (ásylos), un soggetto inviolabile, all’interno di un perimetro specifico, quello sacro di un luogo di culto: uno spazio separato in cui si è intoccabili ma anche esclusi dalla società.
L’ospitalità, dunque, definisce i criteri di inclusione ed esclusione delle società europee, basandosi su tassonomie che rimandano e sono l’intreccio tra più dimensioni – quella politica, quella economica, quella morale – e che si fondano su coppie dicotomiche quali amico/nemico, felice/infelice, bisognoso/non-bisognoso.
Nel parlare di questi criteri che regolano l’accesso a un territorio, non si può prescindere dall’interrogarsi sul concetto di sovranità, sulla sua estensione e sulla sua «presa», sul suo dispiegarsi nell’Europa contemporanea, dove il consolidamento di attori transnazionali – come l’Unione Europea – ha dato vita a una governance multilivello complessa mettendo in discussione, come si approfondirà nel testo, l’idea di Stato emersa nella modernità. Considerare le articolazioni della sovranità oggi significa analizzare la funzione dei confini e le modalità della loro gestione. La concezione di sovranità e di confine costituiscono i determinanti dei criteri di inclusione ed esclusione, cioè definiscono le condizioni dell’ospitalità (Derrida, Dufourmantelle 2000).
Storicamente, la definizione dello Stato moderno è legata a doppio filo all’idea di confine: analizzare quindi i caratteri di quest’ultimo, il suo ruolo e la sua evoluzione nel tempo, consente di delineare con chiarezza lo sviluppo della forma politica statuale moderna. Con la modernità si afferma infatti la concezione per la quale il confine non delimita solo una porzione di globo racchiudendone la popolazione che lo abita, ma rappresenta il limite di un dato potere sovrano: esso definisce un territorio e l’aggregato umano che vive al suo interno sottomettendolo a un unico ordinamento giuridico. Allo stesso modo, distingue un particolare territorio da un altro, cioè uno Stato da un altro, separando chi è all’interno, amico, da chi è all’esterno, nemico, e regolandone i rapporti. Il confine è quindi uno degli istituti fondamentali dello Stato moderno: attraverso di esso vengono gestite le relazioni tra diverse autorità sovrane tramite un apparato diplomatico-militare.
A partire dal XX secolo, con l’affermarsi di una molteplicità di attori sovranazionali, il processo di decolonizzazione e l’innovazione tecnologica che aumenta la possibilità di scambi, comunicazioni e mobilità, questo tipo di concezione entra gradualmente in crisi. L’emergere di consistenti movimenti migratori dal cosiddetto Sud al Nord globale e parimenti di una sempre più fitta rete di scambio di merci, informazioni e capitali porta alla trasformazione della funzione del confine. Quest’ultimo non è più solo una linea di demarcazione tra due entità territoriali e sovrane distinte, ma un insieme di punti, di snodi, una membrana che regola l’accesso di beni e persone, da un lato facilitando e accelerando le traiettorie di mobilità, dall’altro rallentandole, bloccandole o dirottandole. Ciò che si configura è un meccanismo stratificato che da una parte necessita di sempre maggiori controlli e tecnologie di sorveglianza, dall’altra moltiplica le tassonomie a partire dalle quali persone e cose sono classificate e intese come legittime o illegittime. Accanto a un processo di securitizzazione non solo dei confini (Bigo 2014) ma più in generale della gestione dei movimenti migratori e dell’asilo (Huysmans 2000; Zetter 2009), si assiste quindi all’emergere di classificazioni che muovono a partire dal piano politico, economico e anche morale.
È proprio il costituirsi di queste classificazioni che spinge a interrogarsi sul concetto di ospitalità e su come esso informi le razionalità e i discorsi che di questi meccanismi sono la base. Al cuore di questo lavoro di ricerca stanno allora i fondamenti concettuali del governo della mobilità e nello specifico delle politiche migratorie in Europa e in Italia in un quadro che viene definito come di emergenza. Ciò che da questo governo dell’emergenza viene disposto affonda le proprie radici in una certa concezione di ospitalità, da cui muove una distinta definizione dello straniero, che richiama nelle forme, nelle spazialità istituite, nei ruoli e nei posizionamenti ciò che Hannah Arendt ha chiamato politica della pietà (Arendt 1983). Questo tipo di politica è sottesa allo spazio del confine e parimenti a quello dell’asilo, influenzando le politiche che li regolano: si delinea una commistione di logica securitaria e razionalità umanitaria in uno specifico filtro, la cui funzione è il governo della mobilità, distinguendo i soggetti secondo criteri di tipo economico, ideologico – l’appartenenza a «nazioni», «comunità», «etnie» – e morale. Il governo dell’emergenza convoca due piani: da un lato l’ambito degli human rights, proprio del diritto internazionale, che mette al centro la salvaguardia della vita umana considerata portatrice di diritti in sé, mentre dall’altro quello della human security, che si sviluppa in una dimensione geopolitica il cui obiettivo è la protezione della popolazione – di una specifica popolazione – che abita un territorio da «minacce esterne» (Hyndman 2007): è da questa frizione tra generale e particolare che si articolano i processi di inclusione ed esclusione1.
Questa intersezione di razionalità – umanitaria e securitaria – risulta particolarmente evidente quando si considera il governo dell’asilo all’interno dello spazio urbano. In effetti, la manifestazione primaria del governo della popolazione nello spazio si articola nella città, luogo della compresenza forzata, per la cui gestione si sviluppa un sapere specifico che mette in relazione le caratteristiche demografiche – che riguardano la popolazione – non solo con quelle economiche, ma anche con quelle sanitarie e morali. Il governo che vi si sviluppa quindi è imbevuto di questi saperi. L’intreccio tra piano economico e morale è quello che contraddistingue proprio l’ambito dell’asilo nel momento in cui si spazializza all’interno della dimensione urbana. È a questo livello che possiamo osservare e analizzare come l’ospitalità si fa condizionata, come questa, cioè, sia limitata dalla dimensione economica, morale (distinguendo meritevole e non meritevole) e della sicurezza della popolazione. 
Anche nel prendere in esame l’evoluzione del regime confinario europeo come forma cruciale del governo della mobilità contemporanea, l’emergere di quello che analizzeremo come confine umanitario presenta una configurazione in cui dimensione securitaria e umanitaria si intrecciano inestricabilmente. Questo dispositivo, che ha la propria pietra angolare nella logica dell’emergenza e il suo sviluppo nel tempo, sostanzia l’ospitalità come concetto-soglia con cui nominare i processi di inclusione ed esclusione, come materializzazione contemporanea della politica della pietà nell’ambito della gestione della mobilità umana.
È all’interno di questa cornice teorica che si colloca la riflessione sull’approccio hotspot, la cui stessa genealogia terminologica – dall’ambito militare all’epidemiologia – rivela le logiche di urgenza e eccezionalità che caratterizzano il governo contemporaneo dei confini europei. L’approccio hotspot è anche un punto di osservazione privilegiato, exemplum ed exceptio, di come si articola la sovranità nello spazio di confine europeo. Pur trovandosi all’interno del territorio dello Stato, il diritto in questi luoghi viene di fatto sospeso e i diritti umani non sono de facto garantiti, fatti valere. Hannah Arendt ([1951] 2004:338) ci ricorda che i diritti umani sono virtuali finché non c’è un potere sovrano che, all’interno della propria giurisdizione, li fa valere: in questo senso i diritti umani stanno sempre in qualche rapporto con i diritti di cittadinanza poiché i primi non possono essere garantiti, almeno nella concezione dominante nel XIX e nella prima metà del XX secolo, a chi non è cittadino di alcuno Stato. Nell’hotspot, la selezione e pre-selezione dei soggetti non ricade all’interno del diritto ma afferisce a una pura istanza di governo – i respinti lo sono in virtù di accordi bilaterali tra Stati e non di un diritto consolidato – che delinea uno spazio di sospensione di fatto dell’ordinamento giuridico, della rule of law: uno spazio che pure all’interno del territorio di uno Stato vede l’inapplicazione della sua legge, il ritiro della «presa» del potere sovrano, uno spazio d’eccezione (Agamben 2003).
Si tratta di una forma di regolazione e di gestione di ciò che può essere incluso e di ciò che deve essere escluso: i criteri di questa inclusione o esclusione, nella loro nettezza e violenza, mostrano chiaramente a quali logiche sottende questa soglia.
L’ospitalità, la sua grammatica, diviene allora un elemento fondamentale nell’analisi del governo della mobilità e dell’asilo perché di volta in volta: determina chi è incluso e chi è escluso e i criteri di questo discrimine; istituisce e ordina degli spazi specifici; attribuisce ruoli e posizionamenti ai soggetti all’interno di questi spazi; delinea una logica specifica per il governo del territorio e della popolazione che lo abita; norma le condotte dei soggetti.
Infine, le ragioni di questo libro e della sua struttura. Abbiamo detto che obiettivo del testo è ragionare sulle modalità di inclusione ed esclusione nella contemporaneità nelle nostre società, sui dispositivi che le governano, sulle categorie, posizionamenti, posture e relazioni che costituiscono. La pratica filosofica benjaminiana ci insegna che per interrogare la contemporaneità dobbiamo necessariamente adottare uno sguardo inattuale, cioè misurarci con gli altri tempi che sono convocati e si intrecciano con il presente. Anche il lavoro delle scienze sociali è in fondo questo, uno sguardo sui fenomeni sociali capace di scollarsi dall’adesso e ragionare sugli scarti, sulle sfasature: uno sguardo discronico tale da considerare elementi e processi provenienti da altrove temporali – reminiscenze del passato e costellazioni di futuro. Come ci ricorda Giorgio Agamben «la via d’accesso al presente ha necessariamente la forma di un’archeologia» (2008). Questo testo, allora, vuole avere la forma di uno scavo archeologico in cui i capitoli costituiscono altrettanti momenti di incontro tra passato e presente, in una messa in relazione «del tempo dell’ora» con altri tempi, in una riflessione che prova a procedere per montaggi temporali e concatenazioni (Didi-Huberman 2010), per illuminare da quale grammatica è regolata la distinzione tra interno ed esterno.
Il lavoro è costituito da cinque capitoli così strutturati. Il primo capitolo si occupa di inquadrare il tema dell’ospitalità in prospettiva, rintracciando, attraverso la ricostruzione delle origini del termine nel solco delle culture indoeuropee, l’evoluzione del concetto e la sua funzione nelle società greca e romana a partire dal VI secolo a.e.v. e nelle società europee. L’analisi etimologica ci permette così di esplorare l’ambivalenza costitutiva racchiusa nel rapporto hostis/hospes, dove lo straniero può essere incluso come ospite o respinto come elemento ostile, risignificando le categorie di amico/nemico e rivelando come questa polarità ingeneri tensioni che attraversano, nel tempo, le società occidentali.
Il secondo capitolo sviluppa una riflessione sulle condizioni dell’ospitalità, cioè sulle modalità con cui si viene inclusi o esclusi dalla società, e sulle categorie che informano questo discrimine. Viene indagata la costruzione delle classificazioni morali – felice e infelice, bisognoso e non-bisognoso, sofferente e salvatore – e il modo in cui esse si incrocino ortogonalmente con le categorie schmittiane del politico (amico e nemico) per istituire specifiche forme di governo. L’analisi muove dalla distinzione arendtiana tra compassione e pietà per giungere a definire quella configurazione di «governo del prossimo» che Hannah Arendt ha chiamato politica della pietà.
Il terzo capitolo indaga il modo in cui l’ospitalità – le categorie che istituisce e le razionalità su cui si muove nell’ambito dell’asilo – si spazializza all’interno del territorio della città, cioè la modalità attraverso la quale l’intreccio tra piano politico e morale, tra dimensione umanitaria e securitaria, nell’accoglienza dell’Altro precipita sul piano urbano. In questo capitolo viene messo in evidenza come il governo dell’asilo nella città, la divisione dello spazio che produce e i posizionamenti che assegna, vadano ricollegati alla particolare intersezione tra piano sociale, economico, morale e sanitario che caratterizza storicamente lo sviluppo urbano a partire dall’epoca moderna. L’analisi si sviluppa riconoscendo i caratteri di quello che Jonathan Darling (2013) chiama moral urbanism, cioè il processo di costruzione affettiva e discorsiva che produce narrazioni sulla città fondate su caratteristiche morali, dalle quali derivano classificazioni – buon ospite/cattivo ospite, meritevole/non-meritevole – che delineano la specifica spazialità dell’asilo e i meccanismi di inclusione ed esclusione che genera.
Il quarto capitolo analizza i caratteri che qualificano il confine nella modernità e nella contemporaneità, utilizzando gli strumenti teorici dei border studies per comprendere come le trasformazioni dei dispositivi confinari abbiano ridefinito i rapporti tra interno ed esterno e i criteri di accesso al territorio. Viene tracciato un percorso che va dall’affermarsi della concezione moderna di confine, inscindibile dalle nozioni di sovranità e territorialità dello Stato, fino al regime di mobilità differenziale europeo caratterizzato dallo spazio di libera circolazione di Schengen. Viene esaminato poi il ruolo del paradigma dell’emergenza nel definire il governo contemporaneo della mobilità alla luce del riemergere delle frontiere nazionali e dei processi di esternalizzazione e moltiplicazione dei controlli.
I caratteri del regime confinario europeo che emergono da queste politiche sono il tema del quinto capitolo, nel quale viene messo a fuoco l’intreccio tra dimensione umanitaria e securitaria nel definire razionalità e discorsi all’opera al confine. In particolare, vengono ricostruite le origini della ragione umanitaria, la specifica logica dell’intervento che la caratterizza e come questo delinei uno specifico governo. Vengono infine delineati i tratti di quello che viene definito confine umanitario, cioè l’impiego di una grammatica umanitaria che informa pratiche, procedure, tassonomie e classificazioni del governo del confine.
In sintesi, il lavoro di ricerca mette a tema diverse questioni su cui si è impegnato il dibattito accademico recente, dove si è osservato un fiorire di letteratura dedicata: la securitizzazione dei confini; l’intreccio di razionalità umanitaria e securitarismo e la loro funzione di filtro per la selezione differenziale dei soggetti, e più in generale per il governo della mobilità. 
L’elemento inedito è costituito dall’indagare come i criteri di inclusione ed esclusione – delle mobilità, dei soggetti stessi – soggiacciono sia alla logica della sicurezza della popolazione di un dato territorio, sia a una logica economica per cui è ammesso chi può risultare produttivo, sia a un criterio morale su cui si fonda una politica della pietà che accoglie il bisognoso, l’infelice, a patto che questo sia meritevole, escludendo quindi il non-meritevole. L’ospitalità racchiude questo intreccio di piano politico, economico e morale, originando una classificazione distinta dei soggetti e delle loro condotte e, spazializzandosi, concorrendo all’assegnazione di posizionamenti specifici e al governo dei soggetti.


Nota all’Introduzione

1. Questo attrito, ci ricorda Hannah Arendt ([1951] 2004:291-92), muove proprio dal fatto che i diritti umani, per essere fatti rispettare – enforced – necessitino di un potere sovrano, di uno Stato, e quindi possano essere garantiti solo all’interno di un territorio dove è in vigore un certo ordinamento giuridico.