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Anarchist Playlist preludio

Anarchist Playlist

Morandi

PROSSIMA USCITA
ven 23 ott 2026




Una canzone non è mai solo una canzone. È un processo misterioso che può riuscire a comprimere anni, decenni, oppure una vita intera in tre minuti e mezzo di musica. Tre accordi possono spiegare il dolore di un esilio o la lotta di un popolo meglio di decine di pagine di un libro perché la densità emotiva della musica non ha paragoni. Non solo: ogni volta che una canzone ricomincia, la storia riavvolge il nastro e, in un istante, quei personaggi amano di nuovo, soffrono, muoiono, rinascono e tornano a essere eterni. «No hay revolución sin canciones», disse una volta Salvador Allende e probabilmente è così, ma è anche vero che ci sono canzoni durate più di intere rivoluzioni e altre che sono riuscite a diventare formidabili contenuti politici molto più di saggi o pamphlet. Lo sapevano bene Pietro Gori e Joe Hill, due dei molti protagonisti che incontrerete in questo libro, un libro che ha l’ambizione di essere un mosaico sonoro composto da trenta tasselli: ogni capitolo è dedicato a una canzone, ogni canzone contiene una storia, e dentro ogni storia ci sono donne e uomini che hanno lottato e cantato, che avrebbero potuto cedere, barattare la propria libertà per qualche soldo in più o per una vita normale e invece hanno proseguito per la loro strada e hanno alzato la voce.
Negli ultimi cinquant’anni – da quando è stato pubblicato il 45 giri di Anarchy in The UK dei Sex Pistols, il 26 novembre del 1976 – il termine «anarchia» è entrato a far parte massicciamente della cultura pop con la progressiva normalizzazione, anche commerciale, di un simbolo (la A cerchiata) nato in opposizione al potere e finito poi stampato su magliette e giacche come un brand. Per molti anni proprio il punk è stato sinonimo di anarchia (nonostante i Pistols ne sapessero molto poco), ma come spesso accade, il sistema ha usato i segni di una sottocultura per trasformarli in merce, svuotandoli del loro significato. Perfino in uno dei video più famosi della storia del rock, Smells Like Teen Spirit dei Nirvana, le cheerleader di un liceo indossavano la maglietta con la A cerchiata e una delle ultime versioni dello Spider-Man della Marvel è diventata punk con tanto di estetica anarchica anni Settanta.
Eppure sarebbe sbagliato dire che è rimasto tutto in superficie, perché grazie anche a serie di culto come Sons of Anarchy – in cui si cita Emma Goldman – ad altri fumetti come il personaggio Anarky della DC Comics – che nella sua stanza teneva fieramente esposti i libri di Michail Bakunin – e alla graphic novel e al film V for Vendetta – che riflettono l’anarchismo dichiarato del suo creatore, Alan Moore – il corto circuito pop ha più o meno consapevolmente condotto molte persone a (ri)scoprire una filosofia politica vecchia di quasi duecento anni (prendendo Proudhon come riferimento) che ha ancora molto da dire.
E la musica? Da questo punto di vista la musica è molto meno equivocabile perché non ha bisogno di intermediari, ci parla direttamente e arriva contemporaneamente alle nostre orecchie, al nostro cuore e alla nostra testa. Oggi ascoltiamo Les Anarchistes di Léo Ferré come fosse il 1968 e fosse stata appena pubblicata, e siamo noi, ogni volta, che siamo chiamati a capirla, analizzarla, amarla. Non c’è nessuna distanza tra noi e la voce di Ferré, non ci sono intermediari, ma solo un cantante e un ascoltatore che ogni volta instaurano un legame unico mentre la magia si ripete sempre diversa. 
Oltre che nel pensiero politico e nella sua variegata dimensione sonora, il viaggio nelle trenta canzoni di Anarchist Playlist ha anche l’ambizione di essere un viaggio intorno al mondo, per cambiare punto di vista e per ascoltare suoni diversi in un momento storico in cui tutto sembra omologato e appiattito. Vi ritroverete così in una cella di Lugano come sulle barricate spagnole, in Cile e in Uganda, a Buenos Aires e a Londra, a fianco di un sassofonista anarchico francese e poi in Palestina con un poeta giamaicano.
A questo punto vi chiederete: ma come sono state scelte queste trenta canzoni? La prima discriminante è stata – ovviamente – il messaggio politico, che doveva essere aderente alla filosofia anarchica. La seconda è stata invece la qualità dei brani, perché una brutta canzone politica rimane pur sempre una brutta canzone. La terza invece tocca la varietà dei generi musicali: esistono già molte pubblicazioni sui canzonieri italiani del passato – non ne serviva un’altra – e l’intento era raccontare come la musica anarchica si sia evoluta e abbia cambiato forma e genere nel corso dei decenni, dal folk al punk, dal rap al fado, dal pop al reggae passando per la milonga. Non c’è un ordine, potete anarchicamente saltare di capitolo in capitolo, senza perdere il senso della narrazione. C’è solo una precisa indicazione da seguire mentre leggerete queste pagine: alzate il volume, cantate, battete i piedi, tenete il ritmo. In tempi come questi, la musica continua a essere una formidabile forma di liberazione.