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Storai di una montagna prefazione

Storia di una montagna

Reclus

PROSSIMA USCITA
gio 04 giu 2026



Il tratto forse più coinvolgente di questa «storia di una montagna» è la sua scrittura naturalistica, ma al contempo l’opera riesce a esprimere in modo incisivo alcune delle idee più importanti di élisée Reclus sull’umanità, la natura, la comunità, la persona e l’educazione. Così, in modo volutamente accessibile, l’autore introduce il lettore a molte delle sue profonde intuizioni sulla natura umana e sul posto dell’umanità all’interno dell’inesorabile corso della geostoria.
Reclus aveva una vasta esperienza personale dei terreni montuosi, perlopiù accumulata in alcuni periodi della sua movimentata vita. Da ragazzo, aveva vissuto a Orthez, ai piedi dei Pirenei. All’inizio della sua età adulta, ormai giovane rivoluzionario in fuga dalle persecuzioni, aveva intrapreso un viaggio in Colombia per visitare la Sierra Nevada de Santa Marta. Infine, dopo aver combattuto per difendere la Comune di Parigi, aveva trascorso diversi anni di esilio forzato in Svizzera, durante i quali esplorò spesso le Alpi. 
D’altronde, le montagne hanno sempre avuto un significato profondo per Reclus, tant’è che per tutto il corso della sua vita le associò alla libertà personale e collettiva. Nel suo primo saggio a loro dedicato, intitolato Du sentiment de la nature dans les sociétés modernes, definì le Alpi «il bastione della libertà». Ma i riferimenti alla solennità e nobiltà delle montagne sono sparsi in tutte le sue opere, anche se va sottolineato che, quando finalmente decise di scrivere un libro dedicato specificamente alle montagne, dedicò il capitolo più lungo al «libero montanaro». 
Reclus inizia la sua Storia di una montagna con il racconto di una forte crisi personale, che alla fine si risolve grazie alla rinnovata esperienza delle meraviglie del mondo naturale. Dunque descrive il suo percorso a partire da uno stato di quasi disperazione, in cui come lui stesso dice «ero triste, abbattuto, deluso dalla vita» (infra p. 16), fino a una graduale trasformazione in cui «lasciai che la mia vita si rinnovasse lentamente, seguendo i ritmi della natura» (infra p. 18). Questa storia personale deve però essere letta nel suo contesto più ampio, perché l’opera di fatto racconta anche la ben più vasta storia di come l’umanità moderna sia scivolata nel nichilismo a causa della sua crescente alienazione dalla natura. Ed è quindi anche la storia di una possibile guarigione collettiva dell’umanità attraverso la sua riconciliazione con il mondo della natura. 
Come lui stesso afferma, la sua guarigione è stata il risultato di un’apertura all’esperienza diretta dei fenomeni naturali, e al contempo di un ritorno a un modo di essere che era stato in gran parte abbandonato nella società moderna: «Non camminai più soltanto per sfuggire ai miei ricordi, ma anche per lasciarmi penetrare dalle impressioni del luogo e goderne pur senza rendermene ben conto» (infra p. 18). Un’esperienza che per Reclus era particolarmente intensa in montagna, perché era lì che provava «un senso di gioia», in quel mondo di rocce e foreste che si frapponeva «tra me e il mio passato», tanto che «un bel giorno mi accorsi che una nuova passione mi era entrata nell’animo: l’amore per la montagna in sé» (infra p. 18).
Reclus svela così il potere trasformativo tanto dell’esperienza diretta dei luoghi, quanto della conoscenza sempre più profonda della storia di quei luoghi. Non a caso, esprime gratitudine a un pastore che «mi narrò la storia del posto e le sue leggende» (infra p. 19). E sono appunto l’attenta osservazione della realtà presente e la conoscenza storica del suo emergere che lo convincono nel modo più vivido di quanto cruciale sia il ruolo della cooperazione e del mutuo appoggio tra tutti gli esseri viventi. Così esprime la propria gratitudine ai suoi tanti maestri, tra cui l’umile pastore già citato (che di fatto rappresenta la comunità umana) e tutti i membri della più ampia comunità naturale, come «un insetto ronzante, una farfalla e un uccello canterino» (infra p. 20).
Ma, aggiunge, possiamo guardare alle montagne stesse per trarne degli insegnamenti. Anzi, dobbiamo imparare ad assumere la prospettiva di questi esseri antichi che vivono nel tempo geologico. Il che potrebbe aiutarci a diventare realmente esseri della Terra, cioè esseri capaci di osservare i fenomeni mutevoli nel loro più ampio contesto terrestre, o storico-geologico: «Se mai a qualcuno fosse concesso di contemplare la montagna nel succedersi delle ere, essa apparirebbe dunque mutevole e incerta come l’onda di un mare in tempesta: un flutto, un vapore. E quando sarà scomparsa sembrerà solo un sogno» (infra p. 26). La prospettiva delle montagne allarga la nostra visione limitata e ci impartisce lezioni cruciali sull’universalità del cambiamento e della trasformazione: «La storia della montagna è quella del pianeta stesso: una distruzione incessante, un rinnovamento senza fine» (infra p. 60). 
Infatti la montagna non ci insegna solo il mutamento, ma ci fa comprendere anche le forze della creatività naturale che operano attraverso la nascita, la morte, la rinascita e il rinnovamento. Colpisce che Reclus veda in questo potere di incessante rinnovamento una forma di generosità e amore. Infatti, non solo «la montagna è creatrice», come affermano «i primi poeti», ma è stato proprio Eros, secondo una leggenda ellenica, a far sorgere le montagne e a modellare la Terra. Oggi che la nostra funesta civiltà basata sul dominio e lo sfruttamento si avvicina alla sua inevitabile fine, possiamo ancora sperare in un rinnovamento se si recupera il cuore di quella saggezza indigena che si riflette poeticamente nell’antica mitologia. D’altronde Eros, «il dio dell’eterno amore», è l’espressione poetica di una «natura che si rinnova senza sosta» (infra p. 61). 
Nei vari capitoli di quest’opera, Reclus descrive in modo eloquente le diverse manifestazioni della natura negli ecosistemi montani. In ciascuno di questi fenomeni specifici egli individua lezioni cruciali per le nostre vite. La sua analisi delle valanghe, ad esempio, lo porta a contrapporre l’atteggiamento tradizionale di riverenza e stupore dei popoli montanari nei confronti delle foreste alla mentalità speculativa ed estrattiva tipica del capitalismo moderno. Le tradizionali foreste comunitarie, osserva, sono «una delle migliori barriere contro la caduta delle valanghe», e questo fa capire perché le comunità guardino «con grande rispetto, con una sorta di venerazione religiosa, al loro bosco sacro!» (infra p. 98). 
Eppure, queste antiche e sacre foreste, protettrici delle comunità, cadono facilmente preda della speculazione: «Quando, in virtù di un acquisto, di una fortunata eredità o di una conquista, un uomo potente diventa proprietario di un bosco sacro, guai a coloro il cui destino dipende dalla sua benevolenza o dal suo capriccio!» (infra p. 99). Questo è un esempio lampante di ciò che «il disincanto del mondo» sotto il regno del capitale ha significato per la vita e la cultura locali.
Reclus torna ripetutamente, in modo esplicito o implicito, sulla centralità del mutuo appoggio e della cooperazione tra gli abitanti delle montagne: «Una delle ragioni principali che hanno contribuito a mantenere l’indipendenza di alcune popolazioni di montagna è che, per loro, il lavoro solidale e gli sforzi collettivi sono una necessità. Tutti sono utili a ciascuno, e ciascuno è utile a tutti» (infra p. 148). Questo potente spirito di solidarietà li protegge dalle minacce che provengono tanto dalle forze della natura quanto dalla perversione di altri esseri umani: «In inverno, quando è pericoloso avventurarsi sulla neve, si confida sull’ospitalità reciproca, perché sono tutti fratelli, appartengono tutti alla stessa famiglia. Similmente, quando vengono attaccati, resistono di comune accordo» (infra p. 148). 
È difficile leggere il capitolo sulla condizione dei «cretini» nelle remote comunità montane senza rimanere scioccati dall’uso che Reclus fa di questo termine. Tuttavia, il suo scopo è spiegare le condizioni che causano la malattia dell’ipotiroidismo e sostenere la necessità di maggiori sforzi nella prevenzione e di trattamenti più umani ed efficaci dei malati. Oltre ad affermare che tra queste vittime ha ritrovato «quella benevolenza così spesso assente in coloro che invece si reputano grandi e forti» (infra p. 164), Reclus sostiene che essi non meritano disprezzo o condiscendenza, bensì amore e rispetto, e che «la società deve venire in soccorso di questi sventurati con la scienza e l’affetto, per curare chi è curabile, per dare tutta la felicità possibile a chi si trova in una condizione disperata, per vigilare affinché la pratica dell’igiene e la comprensione delle leggi fisiologiche riducano sempre più il numero di simili nascite» (infra p. 164). In definitiva, il suo messaggio è che l’aspetto pittoresco delle remote comunità montane non deve oscurare la necessità di una riforma sociale e di un’azione compassionevole.
Più in generale, in questi paesaggi il pittoresco non dovrebbe mai occultare la presenza del sublime e il suo potere trasformativo. Reclus descrive una sorta di esperienza mistica della montagna che egli stesso ha vissuto: «Tranquilla, forte, immutabile nella sua postura, sembrava quasi che fluttuasse nel cielo, che appartenesse a un altro mondo e non a questo pesante pianeta avvolto da nuvole e nebbie come da sordidi stracci. Davanti a quell’apparizione, mi sembrò di scorgervi il regno della felicità, se non addirittura l’Olimpo, la dimora degli immortali!» (infra p. 172). E prosegue dicendo che «alla vista delle vette maestose che troneggiano su valli e pianure, innumerevoli volte sono stato ingenuamente tentato di definirle divine!» (infra p. 171). Decide quindi di esplorare i profondi effetti che tali esperienze hanno avuto sull’immaginario collettivo.
D’altronde è lì che trova la fonte dei miti, delle leggende e dei poemi dedicati in tutto il mondo alle montagne e ai loro dèi e geni tutelari, osservando come neppure durante il Medioevo gli antichi spiriti delle montagne scomparvero dall’immaginario sociale. Piuttosto, «quando erano maledetti dalla Chiesa, si trasformavano in diavoli, in demoni malvagi, e quando erano invece tollerati, diventavano geni tutelari, dèi di contrabbando invocati solo di nascosto» (infra p. 192). Ma il mondo moderno sta progressivamente demitizzando e disincantando il mondo. E dunque Reclus si domanda se questo processo, nel corso del quale gli dèi vanno dissolvendosi, porterà al trionfo di un crasso materialismo economico e di una brutale dominazione politica, o se invece lo spirito di libertà troverà nuovi mezzi di espressione. 
Lamenta inoltre, con una certa amarezza, la fine dell’«epoca eroica dell’esplorazione delle montagne» (infra p. 200) e il trionfo dell’utilitarismo più volgare sul sublime, notando come prima vengano tracciati sentieri su ogni versante delle montagne, e subito dopo vengano costruite strade e impianti di risalita che consentiranno ai turisti di invadere quei luoghi. I voraci consumatori della «natura» come merce, afferma sarcasticamente Reclus, «si faranno issare lungo le pareti vertiginose fumando il sigaro e commentando gli ultimi scandali» (infra p. 200). In breve, la società del consumo di massa presto travolgerà anche quelle vette sacre e maestose. Non solo, ma come correttamente prevede, quando le montagne si frapporranno alla frenesia economicista, saranno rase al suolo, poiché l’umanità «crea una nuova Terra adatta alle sue esigenze» (infra p. 202). 
Questo è il futuro desolante che Reclus intravede per l’intero mondo naturale, a meno che non si riesca a imprimere un cambiamento rivoluzionario al corso della geostoria. Egli prevede, con lungimiranza, l’avvento non solo di un’era di estinzioni di massa, affermando che «presto aquile, avvoltoi e grifoni esisteranno solo nei nostri musei» (infra p. 130), ma anche di un futuro in cui «tutti i luoghi della Terra sono diventati accessibili» e «tutte le risorse sono utilizzate» nella ricerca di una ricchezza materiale (infra p. 202). Non possiamo far altro, conclude, che prepararci con determinazione alla difficile lotta che ci attende.
A Reclus dobbiamo inoltre riconoscere di essere stato uno dei più brillanti e profetici teorici dell’educazione moderna. La sua maggiore preoccupazione riguarda il futuro che attende i giovani. Se è vero che sono stati loro risparmiati i rigori dei tradizionali riti di passaggio, in futuro li attendono prove ben più disumanizzanti imposte dalla società tecnologica basata sul consumo di massa. A suo avviso, se vogliamo nutrire una qualche speranza nel futuro dell’umanità e della Terra, non dobbiamo soccombere a questa società degradata e già condannata. Dobbiamo piuttosto impegnarci in uno sforzo concertato per sviluppare una paideia, una formazione della persona che «armi i giovani di una volontà energica e risoluta» (infra p. 203). 
A tal fine, si dice convinto che l’esperienza della natura selvaggia debba essere al centro del nostro sviluppo intellettuale, morale e spirituale. In un passaggio suggestivo afferma che la natura libera dovrebbe essere la nostra vera scuola: «Concediamo [ai giovani] di fare il bagno nei torrenti e nei laghi di montagna, facciamoli passeggiare sui ghiacciai e sui campi di neve, portiamoli a scalare le grandi vette» (infra p. 204). Per Reclus, una tale formazione li preparerà non solo a lottare contro le forze distruttive del dominio, ma anche a godersi la vita, perché non solo avranno affrontato il pericolo in modo gioioso, ma anche «lo studio sarà per loro un piacere, e il loro carattere si formerà nella gioia» (infra p. 204). 
Ma Reclus è convinto che per tutti, giovani o anziani, la capacità di vivere nella natura selvaggia sia essenziale per sviluppare la capacità di pensare liberamente e criticamente, di resistere al potere mentalmente e moralmente debilitante della nostra società corrotta. E conclude dicendo che «la solitudine preservata nella natura libera diventerà sempre più necessaria» (infra p. 205) e che le montagne, per fortuna, offriranno sempre «rifugi intimi a chi fugge dai sentieri più battuti» (infra p. 206).
Al famoso adagio di Thoreau, «nella natura selvaggia sta la salvaguardia del mondo», Reclus aggiungerebbe solo che «nella natura selvaggia sta anche la liberazione del mondo».